L’uomo che ha licenziato il nero (e anche la nostalgia)

C’è chi si veste di nero perché snellisce, chi perché è elegante, chi perché alle sette del mattino non ha voglia di pensare. E poi c’è Karim Rashid, che il nero l’ha licenziato in tronco nel 1999 e da allora gira il mondo vestito come un gelato alla fragola. Ritratto dell’uomo che ha dichiarato guerra a due cose: il colore più amato dai designer e la nostalgia.

Il completo di raso rosa

Per capire Karim Rashid bisogna tornare alla Woodlands Secondary School di Mississauga, Ontario, il giorno del diploma. Mentre i compagni si presentano in smoking noleggiato, lui arriva con un completo di raso rosa cucito con le sue mani. Nessuno glielo aveva chiesto, probabilmente nessuno lo aveva capito, ma il programma era già tutto lì. Nato al Cairo nel 1960 da padre egiziano e madre inglese, cresciuto in Canada, Rashid ha un’infanzia che spiega parecchie cose. Il padre, scenografo per la televisione canadese, riorganizzava i mobili di casa ogni domenica. Altri bambini crescono con il pranzo dalla nonna, lui con un soggiorno che cambiava forma ogni settimana. Difficile uscirne con un rapporto sereno con l’immobilità. Poi la Carleton University di Ottawa, l’Italia e un maestro che si chiama Ettore Sottsass, uno che con Memphis, noto anche come Gruppo Memphis, Memphis Design o Memphis Milano, è stato un collettivo italiano di design e architettura fondato da lui e attivo tra il 1981 e il 1987, aveva già dimostrato che un mobile può anche fare un po’ di casino.

1999 l’anno in cui il nero fu licenziato

Per i designer il nero è quasi una divisa sindacale. Rashid la strappa nel 1999, quando lo elimina dal guardaroba perché, a suo dire, è un colore stanco e negativo. In un’intervista la mette giù ancora più semplice: odio il nero. Fine della discussione. Da allora il suo armadio è una palette da gelateria: bianco quasi ogni giorno, rosa in abbondanza, qualche incursione nel lime. Nel 2013 ne ha fatto l’inventario con una precisione che nessuno gli aveva chiesto: t-shirt rosa fluo, calzini rosa, lime e bianchi, intimo rosa, completi su misura rosa e bianchi disegnati da lui. E una confessione che vale da sola il prezzo del biglietto: i jeans bianchi skinny li compra da qualunque marca riesca a trovarli, perché il bianco è sempre una sfida. Il vero dramma del designer contemporaneo, altro che la crisi delle materie prime. Qualcuno potrebbe liquidare tutto come trovata di marketing. Lui ha già risposto: non è un gadget, sono io.

Il rosa come ansiolitico

Il punto è che per Rashid il colore non è decorazione, è quasi farmacologia. Il rosa, sostiene, genera benessere, energia e spirito positivo. Il verde lime invece va in cucina, perché favorisce il pasto. È una teoria che nessun nutrizionista ha mai messo per iscritto, ma che lui applica con coerenza militare. Basta guardare gli hotel Prizeotel che ha firmato in Germania: poltrone e divani amorfi in lime, giallo canarino e rosa confetto, con l’effetto di una sala d’attesa per un volo diretto su Marte.

Nostalgia? Non è nel menu

Se il nero è il nemico estetico, la nostalgia è quello filosofico. La sera Rashid si concede un bicchiere di vino e magari un film, ma mai uno vecchio. La nostalgia, ha spiegato, non è nel menu. Il suo intero progetto consiste nel rompere con i vecchi modi di vedere e di abitare, per costruire un mondo senza rimpianti.

Per farlo si è confezionato anche un vocabolario su misura. Ha inventato la parola blobject, cioè oggetto senza linee rette, e si è autoproclamato fondatore del sensual minimalism, un minimalismo che invece di farti sentire in colpa per avere un divano ti mette a tuo agio. Nel 2013 ha perfino pubblicato un EP elettropop, Change the World, in cui canta con voce robotizzata di “globalove”. Nella presentazione si descrive come affetto da disturbo compulsivo da design, fanatico, zelota e, testualmente, design pervert. Chiude con un “creo, dunque sono” che fa sorridere, detto da uno che con le linee rette cartesiane ha un conto aperto da trent’anni. Aggiungete che detesta i trofei perché sono oggetti senza funzione, e il ritratto è completo: un uomo che non sopporta niente che stia fermo, che guardi indietro o che non serva a qualcosa.

Il cestino più sexy del mondo

Il capolavoro di questa filosofia, però, è un cestino della spazzatura. Nel 1996 Rashid disegna per Umbra il Garbo, che deve il nome alla silhouette di Greta Garbo in abito senza spalline. Un secchio per la carta straccia ispirato a una diva di Hollywood: in due anni supera il milione di pezzi venduti e oggi sta nei musei. Rendere sexy la spazzatura, in plastica colorata e a prezzo popolare, è probabilmente la definizione più precisa di Karim Rashid mai scritta.

Poi, tra qualche migliaio di oggetti messi in produzione, arrivano l’Oh Chair, sedia impilabile che si chiama così per il sospiro di piacere che dovresti emettere sedendoti, i tombini per le fogne di New York, i flaconi per Kenzo, gli oggetti per Alessi e Veuve Clicquot. Time lo ha ribattezzato Prince of Plastic. Lui avrebbe forse preferito Principe del Rosa, ma non si può avere tutto.

Il paradosso finale

E qui arriva la parte che Rashid forse non vorrebbe leggere. Il Garbo quest’anno compie trent’anni, e sulle piattaforme di design da collezione i suoi pezzi di fine anni Novanta finiscono ormai sotto l’etichetta che lui teme di più: vintage. Space age, pop digitale, anni Novanta. In una parola, nostalgia. Del resto anche Sottsass e Memphis, che all’epoca erano la rottura, oggi sono il moodboard preferito di chi rimpiange gli anni Ottanta. Rashid, dal canto suo, a 66 anni non sembra essersene accorto, o finge benissimo. Nel 2026 continua a sfornare collezioni, un letto che si chiama Fluid Dreams e una KR House che, possiamo scommetterci, non avrà una sola parete nera. Anche se qualche suo sgabello in versione nera è sfuggito alla sorveglianza ed è finito in vendita online. Nessuna guerra si vince al cento per cento.

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