
Era il 1972 quando Bruce Lee, regista, sceneggiatore e protagonista del suo capolavoro, portò le arti marziali nel cuore di Roma. Nell’ultima sequenza de L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente (conosciuto in Occidente come The Way of the Dragon) costruì uno scontro destinato a diventare mitologia: il suo personaggio, Tang Lung, contro Colt, l’americano letale interpretato da un giovane campione mondiale di karate. Quel campione era Chuck Norris.
La scena dura circa nove minuti. Lee ci lavorò quarantacinque ore con Norris, dedicandole quasi un quarto dell’intero copione. Non voleva un combattimento qualsiasi: voleva qualcosa che sembrasse reale, glorioso e irreversibile.

Due amici, un solo vincitore
Lee e Norris si conoscevano già da anni. Erano sparring partner, si allenavano insieme. Quando Lee telefonò a Norris per offrirgli la parte, fu una sorpresa totale. Norris ricordò così quel momento: “Chi vince, Bruce?” gli chiesi ridendo. E lui: “Io vinco, sono la star del film.” “Ah, vuoi battere il campione del mondo?” “No,” disse Lee, “voglio uccidere il campione del mondo.”
“Lee era veloce come un fulmine, agilissimo e incredibilmente forte per la sua taglia.” Chuck Norris, intervista a Black Belt Magazine
Norris non era certo un avversario di comodo. All’epoca deteneva il titolo mondiale di karate e non aveva perso un incontro. Eppure il suo rispetto per Lee era genuino e incondizionato. Le sessioni di allenamento insieme avevano dato a entrambi una comprensione profonda dell’altro: la velocità prodigiosa di Lee, la potenza fisica di Norris.
Il momento più iconico: i peli strappati
Il gesto che divenne leggenda
Tra i momenti più memorabili (e inaspettatamente comici) dello scontro c’è una scena rimasta impressa nella memoria collettiva; Durante il combattimento, Lee strappa letteralmente dei peli dal petto villoso di Norris e li soffia via con nonchalance. Il gesto fu voluto e coreografato: Lee voleva mostrare il lato psicologico del duello, la capacità di destabilizzare l’avversario non solo con i colpi, ma con l’imprevedibilità. Il pubblico nelle sale esplose in risate e applausi. È diventato uno dei momenti più citati dell’intero film.
Quella scena racchiude perfettamente la filosofia di Lee: il combattimento non è solo forza fisica, ma lettura dell’avversario, controllo emotivo, e quando necessario teatralità calcolata. Norris, con la sua corporatura possente e il petto folto, era il contrario fisico di Lee. Il gesto dei peli era anche un commento visivo su due mondi a confronto.
Il Colosseo, le regole e la mancia
Il combattimento finale fu girato in parte di nascosto. Il permesso del Comune di Roma arrivò troppo tardi e la produzione non poteva permettersi di aspettare: la troupe entrò pagando una mancia ai custodi e girò abusivamente le scene più iconiche. Alcune sequenze furono poi ricostruite in studio a Hong Kong.
Lee scelse riprese lunghe, inquadrando i corpi per intero, senza tagli accelerati né trucchi di montaggio. La luce drammatica faceva sembrare entrambi più grandi del normale. La scelta del Colosseo non era casuale: un rimando deliberato ai duelli tra gladiatori, Est contro Ovest, due filosofie incarnate in due corpi.
L’eredità di una scena
Quella notte al Colosseo cambiò entrambi. Per Norris fu il trampolino verso una carriera internazionale. Per Lee scomparso sette mesi dopo l’uscita del film, a soli trentadue anni, fu l’ultimo film distribuito in vita. La scena è ancora oggi considerata da molti il più grande combattimento mai girato.
L’oblique kick mostrato da Lee durante lo scontro fu riscoperto decenni dopo nelle MMA e reso celebre da Jon Jones, campione UFC, che citò Lee come ispirazione diretta. Un’eco che attraversa il tempo.
Il film incassò l’equivalente di quasi un miliardo di dollari odierni su un budget di 130.000 dollari. Divenne il film di Hong Kong con il maggiore incasso di sempre, fino al successivo film di Lee, Enter the Dragon.
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