L’uomo che “diventava bianco” e portò i tamburi africani su MTV

Il contesto di quegli anni

A metà degli anni Novanta Michael Jackson era una delle persone più famose del pianeta. Ed era anche una delle più discusse.

I giornali parlavano della sua pelle che cambiava colore, delle operazioni, della vitiligine dichiarata nel 1993, delle accuse più o meno velate di aver preso le distanze dalle proprie radici afroamericane. Per molti commentatori Jackson stava diventando qualcosa di diverso. Non solo fisicamente. Culturalmente.

Poi successe una cosa strana.

Un cantante accusato di essersi allontanato dalla cultura nera finì per portare la musica afro-brasiliana dentro MTV.

Nel 1996 Michael Jackson stava lavorando al videoclip di They Don’t Care About Us, uno dei brani più politici dell’album HIStory. Non era una canzone romantica. Era un pezzo duro, pieno di rabbia sociale, discriminazione e ingiustizia.

La scelte del regista

Per girarlo Jackson chiamò Spike Lee, regista simbolo del cinema afroamericano, autore di film come Do the Right Thing e Malcolm X. Non un regista pop. Un regista politico.

L’idea era chiara fin dall’inizio. Niente set patinati, niente studi televisivi. Il video doveva essere girato dove le tensioni sociali esistono davvero.

La scelta della location

La produzione scelse due luoghi del Brasile che raccontano un’intera storia culturale. Il Pelourinho di Salvador de Bahia, uno dei cuori della cultura afro-brasiliana, e la favela Santa Marta a Rio de Janeiro.

Qui però la storia smette di sembrare un videoclip e inizia a sembrare un piccolo thriller urbano.

Quando le autorità brasiliane vennero a sapere che Michael Jackson voleva girare in una favela, provarono a fermare tutto. Alcuni politici temevano che mostrare le baraccopoli al mondo avrebbe rovinato l’immagine turistica di Rio proprio mentre il Brasile stava cercando di candidarsi per le Olimpiadi del 2004.

Per qualche giorno il progetto rischiò davvero di saltare. Ci furono pressioni politiche, tentativi di bloccare le riprese e perfino un intervento giudiziario.

Ma il vero problema non era nemmeno quello.

Per girare in una favela non basta il permesso delle autorità. Serve anche quello di chi controlla davvero il territorio.

Negli anni Novanta molte favelas erano sotto l’influenza di gruppi criminali locali e Santa Marta non faceva eccezione. La produzione dovette quindi negoziare con i leader della comunità, figure che avevano un’autorità reale sul quartiere.

La trattativa fu pragmatica. Rispetto per la comunità, nessuna rappresentazione umiliante del quartiere e niente presenza invasiva della polizia durante le riprese.

In cambio la favela avrebbe garantito che il set potesse lavorare in sicurezza.

Alla fine si arrivò a una situazione quasi surreale. Da una parte circa 1500 poliziotti ufficiali, dall’altra decine di abitanti della favela coinvolti come sicurezza informale.

Quando Michael Jackson arrivò a Santa Marta il quartiere si trasformò in qualcosa di completamente diverso. Strade piene di gente, balconi affollati, bambini sui tetti, tamburi che iniziavano a suonare prima ancora che partisse la musica.

Il videoclip diventò una festa collettiva.

A Salvador de Bahia ad accompagnarlo c’era Olodum, uno dei gruppi di percussioni più importanti del Brasile. Oltre duecento tamburi che suonavano il samba-reggae mentre Jackson ballava in mezzo alla folla.

La scena sembrava metà concerto e metà corteo.

Un dettaglio curioso

Durante le riprese successe anche uno degli episodi più caotici del set. Una fan riuscì a superare la sicurezza e ad abbracciarlo mentre stava ballando. Un’altra lo afferrò da dietro e Jackson cadde a terra. La polizia intervenne, Spike Lee lo aiutò a rialzarsi e lui semplicemente continuò a cantare.

La scena finì direttamente nel videoclip finale.

Il risultato fu qualcosa che nel pop non si era visto quasi mai. Un video musicale girato tra tamburi, strade strette, comunità nere e tensioni sociali.

Non Beverly Hills. Una favela.

Per molti osservatori il significato era evidente. Un artista accusato di aver perso la propria identità afroamericana tornava simbolicamente in mezzo a comunità nere e popolari, trasformando un videoclip pop in un manifesto visivo.

E la cosa più ironica è che quel gesto ebbe anche un effetto culturale enorme. Dopo il video la musica di Olodum e il ritmo samba-reggae diventarono conosciuti in tutto il mondo.

In altre parole, mentre il mondo discuteva se Michael Jackson fosse diventato “troppo bianco”, lui stava facendo qualcosa di molto diverso.

Portava i tamburi della diaspora africana direttamente dentro MTV.

Oggi a Santa Marta esiste ancora il punto dove ballava nel video. È diventato una terrazza panoramica con una statua di Michael Jackson che guarda Rio dall’alto.

Un ricordo permanente di quel momento in cui il re del pop scese in una favela e trasformò un videoclip in una piccola storia globale di musica, politica e identità.

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