
Le Corbusier immaginava di far vivere le masse in cellule abitative ridotte all’essenziale e giurava che ci avrebbe abitato volentieri anche lui. Settant’anni dopo, a Marsiglia, quelle cellule esistono davvero. Solo che per dormirci serve una prenotazione, e il proletariato non risulta tra gli ospiti più assidui.
La promessa del minimo
Ogni grande teoria dell’abitare ha un momento in cui il teorico si offre volontario. Nel caso di Le Corbusier arriva negli anni della Ville Radieuse, la città ideale che non costruirà mai: ragionando sulla superficie necessaria a ciascun abitante, scrive che in alloggi del genere, pensati per i proletari, ci starebbe con gioia anche lui. È una frase bellissima, del tipo che si pronuncia con grande convinzione quando si possiede già un altro posto dove dormire.
La Ville Radieuse resta sulla carta, ma l’idea trova un cantiere dopo la guerra. Nel dicembre 1945 il ministro della Ricostruzione Raoul Dautry commissiona all’architetto un edificio residenziale a Marsiglia, e l’utopia finalmente ha un indirizzo: 280 boulevard Michelet.
Bottiglie in un portabottiglie
L’Unité d’Habitation viene inaugurata il 14 ottobre 1952 ed è, per dirla senza poesia, un enorme mobile da cantina. Le Corbusier stesso usa l’immagine del portabottiglie: una struttura in cemento in cui le singole abitazioni si infilano come bottiglie nei loro scomparti. Le bottiglie sono 337, divise in 23 tipologie diverse, e sedici di queste cellule nascono già come camere d’albergo. Tutto è misurato sul Modulor, la scala di proporzioni ricavata dal corpo umano, che nel caso dell’appartamento più diffuso produce un risultato preciso e un po’ crudele: larghezza 3,66 metri, profondità 24. Una casa che si percorre come un corridoio.
Dentro c’è tutto il resto della promessa. Una strada commerciale sospesa a metà altezza, il tetto con la pista d’atletica e la piscina per i bambini, la palestra, l’asilo. Un villaggio verticale in cui non c’è motivo di uscire, che detto oggi suona meno come un sogno sociale e più come la brochure di un resort. I marsigliesi, che di utopie ne avevano viste abbastanza, la ribattezzano subito la maison du Fada, la casa del matto.
Chi ci abita davvero
Qui la storia prende la piega che ogni storia sull’abitare prima o poi prende. L’edificio è finanziato dallo Stato, pensato per rispondere all’emergenza abitativa del dopoguerra, ma già dal 1952 gli appartamenti vengono messi in vendita e passano in coproprietà entro la fine del decennio. Il villaggio verticale per la massa sociale diventa un condominio.
Un condominio speciale, va detto. Alcuni residenti sono lì dal giorno dell’inaugurazione, e attorno a loro si è raccolta, secondo lo stesso ufficio del turismo di Marsiglia, una clientela piuttosto agiata di insegnanti e architetti. Che gli architetti abbiano finito per abitare l’utopia degli architetti è il tipo di dettaglio che nessun romanziere oserebbe scrivere. Nel 2016 l’edificio entra nel Patrimonio Mondiale UNESCO insieme ad altre opere del suo autore, e nella vecchia palestra sul tetto dal 2013 c’è il MaMo, centro d’arte contemporanea firmato dal designer Ora Ito. Il posto dove gli abitanti dovevano tenersi in forma oggi ospita installazioni.
L’utopia a tariffa notturna
E poi c’è il turismo, che dell’utopia è sempre l’ultimo inquilino. Dentro la strada commerciale sopravvive l’Hôtel Le Corbusier, l’unico albergo di Marsiglia ospitato in un sito UNESCO, con una ventina di camere tra studi con vista mare, mini suite e le cosiddette cabin room. Sono le stanze più piccole, quelle per i fedeli veri, e la gestione ha raccontato in passato che si ispirano alle celle monastiche studiate dall’architetto. Si paga, insomma, per dormire nella versione più austera possibile di un’idea nata per chi non poteva permettersi altro. Il ristorante, per completare il quadro, si chiama Le Ventre de l’Architecte, il ventre dell’architetto. Almeno è onesto.
Chi vuole fare le cose in grande può prenotare direttamente un appartamento. Elle Decor ne segnala uno su Airbnb al sesto piano, ristrutturato nel 2022 con i dettagli originali, circa 100 metri quadri su due livelli e un comò di Charlotte Perriand nella seconda camera. La cellula proletaria, nella sua versione da quattro ospiti, ha il balcone sulle isole del Frioul.
Non è un’accusa. L’Unité d’Habitation è un capolavoro e funziona ancora, il che per un edificio del 1952 nato come esperimento sociale non è poco. Ma è la dimostrazione più elegante di una legge che il nostro viaggio incontrerà spesso: la casa piccola progettata bene finisce quasi sempre per diventare un lusso, mentre la casa piccola progettata male resta semplicemente piccola.
Prossima fermata: un capanno
Resta da verificare se Le Corbusier abbia mai mantenuto la promessa di vivere nel minimo. La risposta è sì, ma d’estate, in Costa Azzurra, in un capanno di legno che si era costruito da solo. Le misure? Sempre lì, sempre quelle: 3,66 per 3,66. Avete visto quanto poco basta per abitare, almeno sulla carta. Per tutto il resto, architetture ribelli, progetti visionari e qualche capolavoro scomodo, c’è Cemento Emotivo e Design imprevedibile. Lo spazio, lì, non manca.


