A Roma qualcuno ha costruito una chiesa al Joker con 50.000 carte da gioco.

Il Joker è entrato a Palazzo Braschi.

C’è un momento preciso in cui capisci che non stai guardando una mostra normale. È quando ti trovi davanti a una struttura monumentale costruita interamente con carte da gioco, cinquantamila, per la precisione, e su ognuna di quelle carte c’è una versione diversa dello stesso volto. Il Joker. Sorridente. Contorto. Silenzioso. Replicato all’infinito, come se qualcuno avesse deciso che un castello di carte non bastava. Ce ne voleva uno che occupasse l’intera sala.

It’s Happening Again è la mostra personale di Adrian Tranquilli al Museo di Roma – Palazzo Braschi. Aperta dall’11 aprile al 24 maggio 2026. E se il titolo ti suona come una minaccia, è perché lo è. Volutamente.

Chi è Adrian Tranquilli e perché dovresti già saperlo

Tranquilli non è uno di quei nomi che trovi sui manifesti del metrò con una citazione in Comic Sans. È un artista romano con trent’anni di ricerca alle spalle, che ha costruito la sua carriera lavorando nell’intersezione tra arte, musica, letteratura e antropologia culturale. Un territorio di confine, dove le icone pop smettono di essere decorazione e diventano strumenti di indagine.

Nel 2009 aveva già fatto una cosa simile: All is Violent, All is Bright, una maquette ingrandita della Basilica di San Pietro costruita con oltre 50.000 carte da gioco. Ogni carta: un Joker diverso. Già allora il messaggio era abbastanza chiaro. Il potere è un castello di carte. Qualunque potere.

Non era una provocazione gratuita. Era geometria.

Tre installazioni. Un solo protagonista.

It’s Happening Again è composta da tre opere inedite, concepite appositamente per gli spazi di Palazzo Braschi.

La prima si chiama My Little White Book (2026): un libro enorme, a parete, che sembra esplodere dall’interno. Non è una metafora gentile sul sapere. È qualcosa di più instabile, come se il contenuto stesse cercando di liberarsi dal contenitore, e non fosse sicuro di riuscirci.

La seconda è Endsong (2025): una scultura totemica, verticale, con quella monumentalità silenziosa che ricorda il monolite di Kubrick in 2001: Odissea nello Spazio. Tranquilli cita esplicitamente Kubrick. E David Lynch. Che è esattamente il tipo di combinazione che non ti fa dormire bene.

La terza è In Excelsis 6 (2024): il castello di carte vero e proprio. Cinquantamila pezzi. Centinaia di versioni diverse dello stesso Joker. Una struttura che evoca atemporalità e monumentalità usando il materiale più precario che esista. Il rigore formale della costruzione, geometrica, quasi ossessiva, entra in cortocircuito diretto con l’anarchia che il personaggio rappresenta. È questa tensione il punto. Non il Joker in sé. Ma cosa succede quando metti ordine dove dovrebbe regnare il caos.

Il Joker non è Batman

Qui vale la pena fermarsi un secondo, perché il rischio è quello di arrivare pensando a una mostra a tema fumetto. Non è così.

Il Joker di Tranquilli non è l’antagonista di Batman. Non è Heath Ledger. Non è Joaquin Phoenix. È qualcosa di più vecchio e meno elegante: è l’antieroe come specchio del sistema. È la figura che esiste solo in relazione al potere che nega. La maschera, elemento ricorrente in tutta la produzione dell’artista, non serve a proteggere nessun supereroe. Serve a isolare. A dividere l’individuo dalla collettività. A renderlo prigioniero dei propri demoni mentre il castello di carte intorno a lui continua a stare in piedi, per ora.

La curatrice del progetto, Benedetta Casini, descrive il lavoro di Tranquilli come un incessante svelamento delle ipocrisie su cui si fonda la società moderna. Il che suona accademico finché non ci sei dentro. Poi smette di suonare accademico.

Palazzo Braschi non è uno sfondo casuale

La scelta della sede non è decorativa. Palazzo Braschi è un edificio neoclassico tardo-settecentesco costruito per volere di Pio VI, ultimo palazzo nobiliare edificato a Roma durante il papato. Ospita il Museo di Roma dal 1952. È, a tutti gli effetti, un monumento all’istituzione.

Mettere Tranquilli lì dentro, con i suoi castelli di carte, il suo Joker moltiplicato, la sua riflessione sulla precarietà del potere, crea quello che i comunicati stampa chiamano corto circuito temporale. Che è un modo elegante per dire: il contrasto è il messaggio. L’architettura barocca e il caos controllato delle installazioni si guardano in faccia. Nessuno dei due batte ciglio.

Uscire senza certezze. È normale.

Dicono che al termine della visita non si avverte alcun senso di consolazione. Bensì l’urgenza di rimettere in discussione le certezze acquisite.

Tranquilli non risolve niente. Non ti dà una chiave. Non ti lascia un messaggio motivazionale da condividere. Ti lascia davanti a cinquantamila Joker e ti chiede di fare i conti con quello che vedi. Il che, se ci pensi, è esattamente quello che fa un buon castello di carte: regge fino a quando non sei tu a farlo cadere.

It’s Happening Again. Il titolo dice già tutto. Non è la prima volta. Non sarà l’ultima.

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