
Bravi ragazzi contro cattivi ragazzi, Liverpool contro Londra, pop contro blues. Peccato che la storia vera fosse molto meno ordinata e molto più interessante.
La sceneggiatura perfetta
La rivalità tra Beatles e Rolling Stones è una di quelle cose che funzionano troppo bene per essere lasciate in pace dalla realtà. Da una parte i Beatles, vestiti bene, pettinati uguali, sorridenti quanto basta per tranquillizzare le madri. Dall’altra gli Stones, magri, scuri, sospetti, con l’aria di chi non avrebbe chiesto il permesso nemmeno per entrare in casa propria. Una sceneggiatura perfetta. Troppo perfetta, infatti. Perché se togliamo il fumo, le copertine, le frasi da bar e cinquant’anni di “meglio Beatles o Stones?”, resta una cosa molto meno epica ma più vera: erano due band enormi, nello stesso momento storico, nella stessa scena, dentro lo stesso terremoto chiamato anni Sessanta. Si guardavano, si studiavano, si punzecchiavano. Ma la guerra, quella vera, l’ha scritta soprattutto la stampa.
Il marketing che ha inventato i cattivi ragazzi
Il meccanismo era semplice e geniale. I Beatles erano stati ripuliti da Brian Epstein, messi in giacca, trasformati da ragazzi di Liverpool con un passato da club sudati in prodotto pop presentabile. Gli Stones, invece, furono spinti nella direzione opposta. Il loro manager Andrew Loog Oldham capì che non serviva fare “altri Beatles”. Serviva fare gli anti-Beatles. Non più bravi ragazzi, ma cattivi ragazzi. Non più “li porteresti a cena dai tuoi”, ma “ti chiuderesti in camera se tua figlia uscisse con loro”. La famosa linea promozionale “Would you let your daughter marry a Rolling Stone?” nasce proprio dentro questa strategia di immagine, diventando uno dei grandi colpi di marketing del rock. La cosa divertente è che questa opposizione era più pubblicitaria che reale. I Beatles non erano esattamente quattro educande e gli Stones non erano un branco di criminali scappati da un film in bianco e nero. Erano musicisti giovani, ambiziosi, molto svegli, tutti interessati alla stessa cosa: conquistare il mondo prima che lo facesse qualcun altro.
Prima ancora di essere rivali, si aiutarono
E infatti, prima ancora di essere “rivali”, Beatles e Rolling Stones si aiutarono in modo abbastanza sistematico. Nel maggio del 1963, George Harrison era giudice in un talent show di gruppi beat a Liverpool quando attaccò bottone con Dick Rowe, il responsabile A&R della Decca Records. Rowe era famoso per una cosa sola: aver rifiutato i Beatles l’anno prima, motivando la decisione con la celebre frase “i gruppi con le chitarre stanno passando di moda”. Una di quelle previsioni che invecchiano male. Harrison, invece di tenergli il muso, gli suggerì di andare ad ascoltare una band che stava suonando al Crawdaddy Club di Londra: i Rolling Stones. Rowe ci andò. Li firmò nel giro di una settimana. Il disco che aveva rifiutato ai Beatles finì per costruire il catalogo dei loro “rivali”. Pochi mesi dopo, nell’autunno del 1963, Lennon e McCartney scrissero, o meglio completarono, I Wanna Be Your Man per gli Stones, che la pubblicarono come secondo singolo il 1 novembre, arrivando nella Top 20 delle classifiche britanniche. La scena è quasi una barzelletta sulla velocità creativa dei Beatles: gli Stones avevano bisogno di materiale, Lennon e McCartney si misero lì e tirarono fuori un pezzo. Jagger e Richards guardarono la cosa succedere davanti ai loro occhi. Più che una rivalità, sembrava una lezione non richiesta di songwriting: “ragazzi, così si fa”. Da lì, secondo molte ricostruzioni, Jagger e Richards capirono che non potevano restare solo interpreti del blues e del rock americano. Dovevano cominciare a scrivere davvero.
La rivalità vera: non ti odio, mi costringi ad alzare il livello
Questa forse è la rivalità vera. Non “ti odio”, ma “mi costringi ad alzare il livello”. I Beatles avevano dimostrato che una band poteva scriversi il proprio destino, oltre che le proprie canzoni. Gli Stones presero appunti, poi li sporcarono di blues, sudore e chitarre più ruvide. Negli anni, naturalmente, le frecciatine non sono mancate. John Lennon, nell’intervista fiume a Rolling Stone del 1970, fu durissimo con gli Stones e con Mick Jagger, accusandoli in sostanza di essere stati spesso un riflesso dei Beatles, liquidando molto del loro mito come hype. Era il Lennon post-Beatles, quello in fase di demolizione controllata del passato, quindi va preso per quello che era: un uomo lucidissimo, feroce, pieno di talento e anche parecchio occupato a bruciare i mobili della casa in cui aveva vissuto. Paul McCartney, più tardi, ha continuato a buttare benzina con il sorriso. Nel 2020, parlando con Howard Stern, disse che gli Stones erano più radicati nel blues e che i Beatles avevano più influenze, concludendo di essere d’accordo sul fatto che i Beatles fossero migliori. Mick Jagger rispose con eleganza e una stilettata perfetta: non c’era vera competizione, perché gli Stones erano diventati una grande band da concerto e avevano attraversato decenni di tour in stadi e arene, cosa che i Beatles non avevano fatto.Tradotto in lingua Tohzine: Paul dice “noi eravamo meglio in studio”, Mick risponde “sì, amore, però noi siamo ancora sul palco”. Entrambi hanno ragione, che è la cosa più fastidiosa.
Angeli botticelliani e citofoni occupati
E poi ci sono le prove che la grande faida era molto più porosa di come ce l’hanno venduta. Mick Jagger e Keith Richards erano tra gli ospiti durante la registrazione filmata di A Day in the Life, nel febbraio 1967, e presenti alla storica trasmissione globale Our World durante All You Need Is Love. Nel luglio dello stesso anno, però, succede qualcosa di ancora più significativo: Jagger e Richards vengono arrestati e condannati per droga a seguito di una retata a casa di Richards nel West Sussex. La sentenza è sproporzionata, i giornali si scatenano. È in quel momento che Lennon e McCartney scendono in studio agli Olympic Studios, il 19 luglio 1967, per cantare i cori di We Love You, il brano che gli Stones stavano incidendo come risposta pubblica all’intera vicenda. Un gesto di solidarietà esplicita. Allen Ginsberg, presente quella notte, avrebbe scritto che i due gruppi sembravano “angeli botticelliani che cantavano insieme per la prima volta”. Le Grazie del rock, insomma, mentre i tabloid li dipingevano come nemici giurati. Nel 1968 succede una cosa ancora più bella: John Lennon partecipa al Rock and Roll Circus degli Stones con i Dirty Mac, una superband temporanea con Eric Clapton, Keith Richards e Mitch Mitchell. Lennon dentro uno show degli Stones. Keith Richards che suona con Lennon. La rivalità, a quel punto, più che una guerra sembra una festa privata in cui i giornalisti sono rimasti fuori a litigare sul citofono.

Un test psicologico travestito da poster in cameretta
Il punto è che Beatles e Stones servivano benissimo come opposti. I Beatles erano la melodia che conquista la famiglia, il suono dell’ordine anche mentre stavano cambiando la musica per sempre. Gli Stones erano il desiderio che la famiglia preferirebbe non nominare, il suono del disordine anche quando erano molto più intelligenti e costruiti di quanto la posa lasciasse intendere. La stampa capì subito che non doveva vendere due band. Doveva vendere una scelta di identità. Beatles o Stones non era una domanda musicale. Era un test psicologico travestito da poster in cameretta. Sei da armonie perfette o da riff sporchi? Da Abbey Road o da vicolo dietro al club? Da “She Loves You” o da “Paint It, Black”?
Il finale che ciascuno meritava
La fine degli anni Sessanta consegnò a ciascuna delle due band il finale che le descriveva meglio. I Beatles implodevano su sé stessi, lacerati da tensioni interne, avvocati e Yoko Ono. Gli Stones chiudevano il decennio con Sympathy for the Devil, poi con Altamont: il 6 dicembre 1969, quello che doveva essere il Woodstock della West Coast si trasformò in un disastro. Gli Hells Angels, ingaggiati come servizio d’ordine, accoltellarono e uccisero Meredith Hunter, diciottenne afroamericano, a pochi metri dal palco mentre gli Stones suonavano. Il sogno della controcultura finì lì, in un autodromo californiano, filmato per il documentario Gimme Shelter. Gli Stones erano arrivati a rappresentare così bene il lato oscuro del rock che il lato oscuro aveva smesso di fare la parte.
La vera partita
La rivalità Beatles contro Rolling Stones è quindi vera solo in parte. Vera come competizione creativa, come confronto inevitabile, come tensione tra due modi diversi di diventare leggenda. Molto meno vera come guerra personale. Lì dentro c’era ammirazione, invidia, collaborazione, marketing, battute, opportunismo e una gigantesca macchina mediatica affamata di duelli. Alla fine i Beatles hanno vinto la partita della perfezione. Gli Stones quella della durata. I Beatles sono diventati il mito chiuso, intoccabile, cristallizzato. Gli Stones sono diventati il mito che non vuole uscire dal palco, anche quando il palco ormai sembra più giovane di loro. Forse la domanda non era “Beatles o Rolling Stones?”. Forse la domanda giusta era un’altra: chi ha avuto più fortuna, quelli che sono diventati immortali smettendo presto o quelli che hanno continuato così a lungo da diventare la propria controfigura leggendaria? Nel dubbio, la stampa ha scelto la risposta più facile. Ha inventato una rissa. E noi non abbiamo ancora smesso di tifare.
I Wanna Be Your Man scritta davanti a Jagger e Richards. George Harrison che salva i rivali dal dimenticatoio. Lennon in studio con gli Stones. La storia del rock è piena di dettagli che cambiano tutto. Ne trovi altri su Episodi, Riff e altre Derive.
Questo articolo nasce dal quinto episodio della rubrica Versus di Mapleberry, dedicata alle grandi faide della storia della musica.

E come sempre nel suo video trovate la storia completa, con tutti i dettagli, i retroscena e il punto di vista di Sofia su chi abbia davvero vinto questa rivalità lunga sessant’anni.


