Chiuso per ferie (ma non ditelo troppo forte)

C’era, anni fa, un cartello di carta scotchato alla saracinesca: era un piccolo messaggio di fiducia pubblica, “Chiuso per ferie dal 4 al 25 agosto”. Oggi quel cartello sta sparendo, e non per un eccesso di digitalizzazione. Sta sparendo perché a nessuno conviene più dire in giro che sta per andarsene.

L’archeologia del foglio a righe

Il cartello classico, colorato, comprato in cartoleria tipo quelli di vendesi o affittasi, aveva le date scritte con lo zelo di chi tiene un registro ufficiale, “dal 10 al 24”, come se il negozio temesse di essere frainteso. Poi c’era la variante creativa, il sole disegnato a pennarello, l’ombrellone buttato lì a casaccio, insomma era carino da vedere, e guardandolo pensavi che forse facevano bene a chiudere, oppure erano dei ladri che si approfittavano e vai a capire dove avrebbero buttato i tuoi soldi. Disgraziati, loro si divertivano coi soldi tuoi oppure poverini se lo meritano.

Il silenzio della saracinesca

Oggi la saracinesca resta giù e basta. Nessuna data, nessuna firma, nessuna battuta. Google Maps continua a segnare l’orario normale finché qualcuno non si lamenta nelle recensioni. I social del negozio non annunciano nulla, semplicemente smettono di postare, e quando ricominciano lo fanno a cose fatte, mai in diretta. Il motivo non riguarda la mera pigrizia digitale, è il calcolo. Primo, la paura dei ladri: annunciare un’assenza di due settimane a chiunque passi davanti alla vetrina è un invito che prima non sembrava un rischio e oggi sembra un errore di sicurezza. Secondo, un paradosso più amaro e più italiano: se già fatichi a farti pagare le fatture normali, comunicare che stai per andare in vacanza suona quasi come una provocazione, meglio sparire senza dare spiegazioni che nessuno ti ha chiesto e che qualcuno userebbe contro di te. Terzo, una riservatezza diventata riflesso condizionato, meno chiacchiere, meno esposizione, la vita privata trattata come un dato sensibile anche quando l’unico dato in gioco è “sono al mare”.

C’è anche un motivo più silenzioso, ed è che il cartello raccontava un rito che una volta riguardava quasi tutti, oggi molto meno. Nel 2023 solo il 31,5% degli italiani ha fatto una vacanza estiva di almeno quattro notti, contro il 37,8% del 2019, e la vacanza media, che negli anni Novanta durava intorno ai tredici giorni, oggi si ferma a una settimana scarsa. Se una volta chiudere ad agosto era la norma condivisa e il cartello certificava un’ovvietà, oggi rischia di somigliare a un lusso da giustificare, o peggio da nascondere.

Un rito che si nasconde da solo

Il cartello non era solo un’informazione di servizio, era la messa in scena pubblica di un diritto acquisito. Chiudo perché posso, e lo dico con orgoglio scritto a mano. Nel momento storico in cui quel diritto si restringe, le ferie si accorciano, il portafoglio si assottiglia, forse ha una sua logica perversa che anche l’ultima forma di esibizione sparisca insieme al resto. Non c’è più niente da mettere in scena, o è troppo rischioso farlo. Il cartello di carta non muore per colpa di un’app. Muore perché il rito che raccontava si sta ritirando anche dalla sua vetrina.

Quelli che si occupano di marketing oggi sconsigliano di annunciare la chiusura per ferie di un’attività, perché secondo loro è una cortesia non richiesta da clienti e fornitori. Certo, ignoriamoli pure, dopo che i fornitori non li paghi e i clienti li tratti quasi sempre male. Ma va’, ma va’. Buona vacanze!

Su Tohzine trovi altre derive.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto