
Ogni casa italiana degli anni 70 80 aveva il mobile bar. Non si apriva quasi mai, se non per l’ospite arrivato senza preavviso o per il cenone di Natale, eppure doveva contenere esattamente le stesse cose in ogni salotto della penisola, da Aosta a Caltanissetta.
Un mobile che nessuno usava davvero
Il mobile bar esisteva per rispondere alla domanda, “posso offrirti qualcosa?”. Nella pratica, l’ospite guardava la collezione di bottiglie dalle forme improbabili e dalle etichette già vecchie rispetto alla loro stessa epoca, e finiva quasi sempre per accontentarsi di una gassosa o di un amaro. Il mobile bar non serviva a bere. Serviva a dimostrare che in quella casa, in teoria, si sarebbe potuto bere qualsiasi cosa se solo qualcuno lo avesse chiesto.
Il cognac che cognac non è mai stato
Sull’anta più in vista, accanto agli amari, c’era sempre lui, il cognac di famiglia. Tranne che, con ogni probabilità, non era mai stato cognac. Le bottiglie che occupavano quel posto d’onore erano quasi sempre Vecchia Romagna o Stock 84, entrambi brandy italiani prodotti a partire da vino distillato, il primo dalla Romagna, il secondo nato a Trieste nel 1884 per mano di Lionello Stock. Il Cognac vero è una denominazione geografica protetta francese, prodotta con uve specifiche nella regione omonima intorno a Poitiers e Bordeaux, e nessuna delle due etichette italiane ha mai avuto il diritto di chiamarsi così. Per trent’anni l’abbiamo chiamato comunque cognac, con la stessa disinvoltura con cui chiamavamo scottex qualunque carta assorbente. Una bugia collettiva, innocua, tramandata di salotto in salotto.
Il pantheon degli amari, con annesse leggende assurde
Poi gli amari, schierati come una piccola corte con la propria gerarchia interna. Il Fernet Branca dominava la fila con la sua aquila sull’etichetta, ventisette erbe da quattro continenti e una ricetta segreta tramandata di padre in figlio dal 1845. Pochi sanno che all’inizio veniva venduto quasi come un farmaco, promosso per lenire i sintomi del colera, prima di diventare il rito di chiusura pasto per eccellenza.
L’Amaro Averna, nato nel 1868 a Caltanissetta, esisteva grazie a un debito di riconoscenza: la ricetta arrivò a Salvatore Averna da fra Girolamo, priore dell’Abbazia dello Spirito Santo, come regalo per i favori ricevuti. Un amaro nazionale nato da un frate che ringrazia un notabile locale, che è più o meno la trama di un film che nessuno ha ancora girato.
L’Amaro Montenegro aveva un’identità doppia. Nasceva a Bologna nel 1885 con il nome altisonante di Elisir Lungavita, e solo nel 1896 diventava Montenegro, ribattezzato in onore della principessa Elena di Montenegro che stava per sposare il futuro re Vittorio Emanuele III. Un amaro rinominato per gossip di corte, praticamente come un antenato della cronaca rosa.
Il Ramazzotti, inventato a Milano nel 1815 da Ausano Ramazzotti con un blend segreto di trentatré erbe, era il più anziano di tutti eppure il più discreto. E poi c’era il Cynar, che prima di diventare il volto pubblicitario di Ernesto Calindri seduto al tavolino in mezzo al traffico si chiamava CaB1, perché arricchito con vitamina B1 e venduto quasi come un integratore a base di carciofo. Solo nel 1952 arrivò il nome che conosciamo.
Chi voleva stupire gli ospiti con qualcosa di più raro poteva tirare fuori l’Amaro del Carabiniere, sessantatré erbe in una ricetta prodotta esclusivamente per le caserme, con le etichette dedicate alle forze dell’ordine, oggi introvabile se non nei mercatini del collezionismo.
Non faceva digerire un bel niente, e va benissimo così
Qui arriva la parte più scomoda della faccenda. Le presunte proprietà digestive dell’amaro sono considerate un mito ormai smontato dalla ricerca scientifica. Il bicchierino a fine pasto non scioglie nulla, non accelera nessuna digestione, non fa nessun miracolo sullo stomaco. Quello che faceva, e che continua a fare, è un lavoro puramente sociale, il segnale che il pasto è ufficialmente concluso e che è arrivato il momento delle chiacchiere lente. Il che, detto tra noi, vale molto più di un presunto effetto digestivo mai dimostrato.
Ed è qui che l’etichetta da “cosa per vecchi” comincia a scricchiolare. Negli Stati Uniti l’amaro, descritto candidamente come il drink dei nonni italiani, sta vivendo da anni una piccola rinascita nei cocktail bar. In Argentina il fernet mescolato con la Coca-Cola è un rito trasversale che riguarda praticamente ogni generazione, al punto che si stima che oltre tre quarti del fernet prodotto nel mondo finisca proprio lì. Mentre in Italia lo confiniamo nel cassetto dei simboli da terza età, altrove è diventato un tratto identitario di massa. Il mobile bar dei nostri genitori, con il suo falso cognac e i suoi amari inutilmente terapeutici, forse sapeva qualcosa che noi abbiamo dimenticato.
Disagi Passati, perché certe cose non vanno celebrate, vanno ricordate e spiegate per quanto si sa.
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