
Negli anni Ottanta e Novanta nessuno diceva “ultraprocessato”. Dicevamo “mi dai mille lire per la merenda?”.
Nessuno parlava di zuccheri nascosti, grassi saturi, olio di palma, etichette pulite, proteine, fibre, indice glicemico. La merendina doveva fare tre cose: stare nello zaino, non sbriciolarsi troppo e sembrare più divertente del panino con la frittata. Il problema è che alcune si sbriciolavano comunque, altre odoravano vagamente di alcool alimentare, altre avevano più glassa che buon senso. Ma non venivano ritirate. Sparivano. Come le cabine telefoniche, i grembiuli blu e la capacità di bere il Billy senza farlo esplodere in cartella.
Non uno scandalo. Una riunione marketing.
La leggenda dice: “le hanno tolte perché facevano male”. La realtà è meno da inchiesta choc e più da riunione marketing: le hanno tolte perché il mercato ha cambiato gusto, le famiglie hanno cambiato ansie e l’infanzia ha cambiato packaging.
Soldino, Billy, Urrà Saiwa, Tortorelle, Biricche, Pavesi Frollis, Trio Nestlé, Camillino, Merenda Più. Nomi che oggi sembrano reperti archeologici del supermercato, ma che all’epoca erano normalissimi strumenti di sopravvivenza scolastica. Non erano illegali, non erano segrete, non erano distribuite sotto banco da un signore con l’impermeabile Motta. Erano semplicemente molto anni Ottanta: zuccherine, confezionate, rassicuranti, con un’idea di infanzia dove il massimo della prevenzione era “non mangiarne due”.
Questa va in frigo.
Poi negli anni Novanta arriva una cosa nuova: la merendina refrigerata. Non più solo la brioche chiusa nella plastica, abbandonata nello zaino tra il diario, il righello e una gomma Pelikan mezza mangiata. No. La merendina fresca. Quella che viveva nel banco frigo del supermercato, continuava la sua esistenza nel frigorifero di casa e, teoricamente, andava mangiata fresca. Kinder Fetta al Latte nasce nel 1990 e Kinder Pinguì la segue due anni dopo: insieme diventano i prodotti simbolo della generazione delle merendine refrigerate, acquistate nel banco frigo, conservate in frigorifero e presentate come qualcosa di più fresco, più morbido, quasi più “da mamma responsabile” rispetto alla merendina classica.
Ed è lì che cambia tutto. La merendina non è più solo una cosa che puoi dimenticare nella tasca laterale dello zaino fino a maggio. Diventa un prodotto con una temperatura, una gestione, una specie di dignità climatica. Entra in casa con la frase: “questa va in frigo”. Che detta negli anni Novanta faceva subito modernità. Come il cordless, il videoregistratore programmabile e il freezer con i cassetti trasparenti.
Il piccolo disagio logistico della crema al latte.
Il problema era portarla a scuola. Perché la merendina refrigerata era perfetta in pubblicità: bambino sorridente, mamma serena, cucina luminosa, frigorifero pieno, tutto freschissimo. Nella vita reale invece cominciava il piccolo disagio logistico. Se la mangiavi a casa, tutto bene. Se la portavi a scuola, partiva il dilemma: resisterà fino all’intervallo? Diventerà una specie di lasagna dolce tiepida? La crema al latte ce la farà contro il termosifone acceso a novembre o contro lo zaino lasciato al sole a maggio?
Ed ecco il dettaglio meraviglioso: i frigoriferetti portatili, le mini borse termiche, i contenitori imbottiti, le mattonelle ghiacciate blu da freezer. Oggetti nati per il picnic, per il mare, per la gita organizzata con l’autogrill, che improvvisamente diventavano possibili strumenti di salvataggio della merenda scolastica. La merendina non era più solo merenda: era una missione di conservazione. Un piccolo trasporto alimentare a temperatura controllata fatto da bambini di dieci anni con l’astuccio Seven.
Non bastava più vendere una merendina.
E questo racconta benissimo il passaggio di epoca. Negli anni Ottanta la merenda doveva sopravvivere a tutto: caldo, freddo, urti, cartelle lanciate, panini incartati nella stagnola, succhi Billy esplosi. Negli anni Novanta invece la merenda comincia a chiedere attenzioni. Vuole il frigo. Vuole il banco dedicato. Vuole essere “fresca”. È ancora industriale, certo, ma si presenta con un’altra faccia: meno scatola da dispensa, più promessa di latte, morbidezza, pausa sana, famiglia del Mulino Bianco ma con la porta del frigorifero aperta.
In pratica, non bastava più vendere una merendina. Bisognava vendere una sensazione: il fresco, il latte, la pausa pulita, la mamma che approva, il bambino che non sembra uscito da una festa di compleanno permanente.
Oggi leggiamo le etichette. Allora leggevamo le sorpresine.
Non abbiamo trovato il grande scandalo delle merendine anni Ottanta ritirate perché pericolose. Abbiamo trovato qualcosa di meglio: un’epoca in cui la salute era una nota a margine, il marketing parlava direttamente ai bambini e il vero controllo qualità era la mamma che diceva “una sola, che poi non ceni”. Poi sono arrivate le merendine da frigo e perfino la merenda ha iniziato ad avere bisogno della catena del freddo. Oggi leggiamo le etichette. Allora leggevamo le sorpresine. E forse il disagio era tutto lì.
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