Duran Duran vs Spandau Ballet: la rivalità che non era una rivalità, ma ci ha comunque rovinato le amicizie

Non stiamo parlando di gruppi che hanno segnato la storia della musica, né di belli e maledetti, ma di band che avevano la loro importanza in un contesto fatto di pile di Cioè, jeans rigorosamente Levi’s e Big Babol. Parliamo di primi anni ’80, diciamo tra il 1981 e il 1985, quando l’età media delle “fan in fase decisionale” oscillava più o meno tra i 12 e i 17 anni, cioè quell’età in cui tutto sembra definitivo, soprattutto le cose meno definitive di tutte. Duran Duran o Spandau Ballet. La scelta che non era una scelta, era un posizionamento sociale.

Non era un semplice gusto musicale. Era una dichiarazione pubblica. Se sceglievi Simon Le Bon eri ufficialmente nella squadra delle ribelli estetiche, quelle che volevano viaggiare, scappare, vivere dentro un videoclip girato tra yacht e giungle improbabili, anche se il massimo dell’avventura era prendere l’autobus sbagliato. Se invece cadevi sotto il fascino di Tony Hadley eri più sofisticata, più “upper class”, con quell’aria da ragazza che ascolta musica elegante mentre guarda fuori dalla finestra con un futuro già scritto e probabilmente arredato bene, anche se la tua stanza aveva ancora il copriletto con i fiori. La verità è che nessuna stava scegliendo davvero tra due band. Stavamo scegliendo che tipo di ragazza volevamo essere, e soprattutto stavamo cercando di sembrare molto più interessanti di quanto fossimo davvero alle tre del pomeriggio, in pigiama, con la merenda.

Il Blitz, il Ram Runner e una rivalità costruita a tavolino

Ma loro si conoscevano davvero. Spoiler, sì. Non erano però due tavoli nello stesso locale: erano due tavoli in locali diversi che ordinavano la stessa cosa senza saperlo. La “faida” era in realtà una costruzione mediatica sapiente, portata avanti da riviste e giornalisti musicali per costringere il pubblico a schierarsi, perché uno schieramento genera opinione, l’opinione genera vendite e le vendite generano altre copertine. Meccanismo vecchio come il mondo, eseguito con precisione chirurgica su un pubblico di adolescenti già predisposte al dramma.

Gli Spandau Ballet erano praticamente i padroni di casa del Blitz Club di Soho, la loro scena era tutta lì, tra performer, stylist e gente che sembrava sempre in anticipo di cinque anni su tutto. Un ambiente esclusivo, chiuso, quasi iniziatico, dove vestirsi meglio degli altri era già metà carriera e l’altra metà era avere qualcuno che ti guardasse mentre lo facevi. I Duran Duran invece arrivano da Birmingham, dal Ram Runner, con meno pedigree da club esclusivo ma molta più fame di mondo, tipo quelli che entrano in una festa e dopo mezz’ora stanno già parlando con tutti. I proprietari del locale, folgorati dall’estetica dello Studio 54 di New York, decidono di fare da manager alla band e li integrano completamente nella vita del club, dove i membri lavorano come baristi e dj, imparando dal basso cosa vuole davvero il pubblico. Un corso accelerato di marketing esperienziale, prima che esistesse il termine.

Figli di una scena contro figli di un piano

Qui sta il nodo centrale di tutta la storia. Gli Spandau Ballet nascono come espressione autentica di una nicchia culturale specifica: sono figli di un momento, di un luogo, di una tribù. I Duran Duran nascono già pensati per uscire dai confini, prodotto finito fin dall’inizio, completati nel 1980 con l’ingresso di Simon Le Bon, costruiti per essere esportati. Non è un giudizio di valore, è una filosofia diversa, e ogni filosofia porta con sé conseguenze precise.

Gli Spandau esordiscono con un suono minimale ed elettronico, poi nel 1983 girano i tacchi con True, abbracciano il soul, l’R&B, valorizzano la voce di Tony Hadley e conquistano un pubblico più adulto, più trasversale. È il momento in cui smettono di essere solo una band da club e diventano qualcosa di più elegante, quasi istituzionale. Il classico passaggio da “li ascolto di nascosto” a “li metto anche quando ci sono i grandi e faccio finta che sia sempre stato così”. I Duran Duran nel 1982 pubblicano Rio e definiscono la propria identità per sempre: impronta funk, basso trascinante, pop pensato per far muovere il pubblico, energia da stadio con la giacca tirata su.

Quando l’immagine ha mangiato la musica

Nel 1981 nasce MTV e l’immagine smette di essere un accessorio della musica per diventarne la colonna portante. I Duran Duran dominano questo nuovo linguaggio con una naturalezza disarmante: videoclip cinematografici, location esotiche, Hungry Like the Wolf girato come un film d’avventura, Save a Prayer come una cartolina da sogno. Mentre noi litigavamo su chi fosse meglio tra un compito di matematica e una merenda, loro stavano già facendo il giro del mondo, con calma e con un budget di produzione che non si discuteva. Gli Spandau Ballet preferiscono una dimensione più classica, legata alla performance musicale, all’eleganza della forma. Una scelta coerente con la loro identità, e anche una scelta che, nel lungo periodo, pesa.

Sorrisi impeccabili e sufficienza educata

Uno dei racconti più ricorrenti alimentato più dalla stampa che dai diretti interessati è che all’inizio gli Spandau Ballet guardassero i Duran Duran con una certa sufficienza, troppo pop, troppo costruiti, troppo pronti per il successo internazionale. In pratica troppo “quelli che piacciono a tutte”, cioè il peggior insulto possibile per chi voleva essere esclusivo. Poi succede una cosa semplice, i Duran iniziano a funzionare ovunque, e quando una cosa funziona ovunque improvvisamente diventa molto interessante anche per chi prima faceva finta di niente. Durante eventi e premiazioni la tensione restava educata, fatta di sorrisi impeccabili e confronti inevitabili, niente insulti, niente drammi. Solo quella sensazione sottile di essere nello stesso campionato mentre noi a 14 anni ci comportavamo come ultras senza stadio.

Le vere ultrà non avevano lo stadio

Perché la rivalità che contava non era tra loro: erano riviste e giornalisti ad aver costruito la cornice, noi fan ci eravamo entrate dentro di corsa e avevamo fatto il resto. Le discussioni erano serie, amiche divise, gruppi che si spaccavano, alleanze che saltavano per una foto su Cioè o un’apparizione in TV. “Ma come fai a preferire lui?” non era una domanda, era una presa di posizione, spesso seguita da silenzi pesanti e giudizi non richiesti degni di una riunione diplomatica. C’erano strategie: chi ritagliava le foto migliori con una precisione chirurgica che a 12 anni nessuno ti chiedeva ma tu davi comunque, chi registrava le apparizioni in TV su cassette VHS pronta a riavvolgere nei momenti chiave come se fosse un’analisi tattica, chi sapeva a memoria le interviste e le usava come argomentazione come se fosse una fonte ufficiale certificata. E soprattutto c’era quella convinzione incrollabile che la tua scelta fosse quella giusta, non per gusto ma per identità. Non ti piacevano i Duran Duran, tu eri una da Duran Duran. Non ascoltavi gli Spandau Ballet, tu eri Spandau Ballet, che è molto diverso e anche leggermente più impegnativo per una che il giorno dopo aveva ginnastica.

I Duran Duran erano il sogno in movimento, il videoclip permanente, l’idea che la vita fosse qualcosa da vivere in grande, anche se poi dovevi rientrare alle sette. Gli Spandau Ballet erano la forma, l’eleganza, il controllo, il fascino che non aveva bisogno di correre, anche se poi correvi tu per rispondere al telefono prima di tua madre.

Verdetto

Dipende da dove guardi. Vincono gli Spandau Ballet se valuti l’eleganza formale, la ricercatezza delle melodie, il merito di aver traghettato una cultura underground di nicchia fino al pop mainstream senza perdere del tutto la propria identità. Vincono i Duran Duran se consideri l’impatto globale, la popolarità senza tempo, la lungimiranza nel capire che musica e immagine erano già, nel 1982, una cosa sola e che chi lo capiva per primo avrebbe vinto tutto. La longevità gli dà ragione: mentre gli Spandau si sciolgono nel 1990, i Duran tornano alla ribalta negli anni ’90 con Ordinary World e non smettono mai davvero di essere rilevanti.

Ma forse la domanda giusta non è chi ha vinto tra loro. La domanda giusta è perché ci importava così tanto. E la risposta è che non stavamo scegliendo tra due band, stavamo scegliendo tra due versioni di noi stesse, in un’epoca in cui quella scelta sembrava urgente e definitiva come poche altre cose. La cosa più ironica è che loro probabilmente si rispettavano molto più di quanto noi fossimo disposte ad ammettere, mentre noi tra i 12 e i 17 anni difendevamo quella scelta come se ci avessero affidato il destino culturale dell’Occidente, quando in realtà stavamo solo decidendo quale faccia guardare prima di andare a dormire.

Non era una rivalità musicale. Era il primo vero esercizio di identità pop. Totalmente sproporzionato. Assolutamente necessario.

Questo articolo nasce dal quarto episodio della rubrica Versus di Mapleberry, dedicata alle grandi faide della storia della musica.

E come sempre nel suo video trovate la storia completa, con tutti i dettagli, i retroscena e il punto di vista di Sofia su chi abbia davvero vinto questa rivalità lunga quarant’anni.

E voi? Duran Duran o Spandau Ballet? Oppure, come sempre, la risposta vera è che non stavate scegliendo tra due band, ma tra due versioni di voi stesse?

Se anche tu credi che dietro ogni faida ci sia sempre qualcosa di più grande della musica, Episodi Riff e altre derive è il posto dove trovi le storie che nessuno ti ha raccontato fino in fondo.

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