Gli anni ’80 di Stranger Things non sono mai esistiti. Ed è per questo che li ami.

C’è una cosa che Stranger Things fa meglio di qualsiasi documentario storico, di qualsiasi memoir generazionale, di qualsiasi foto ingiallita di tua madre con i capelli cotonati: ti fa venire nostalgia per un decennio in cui probabilmente non eri nemmeno nato.

E questo, se ci pensi tre secondi, è un’impresa criminalmente sottovalutata.

Gli anni ’80 di Stranger Things sono un posto preciso: Hawkins, Indiana, dove le bici non bucano mai, i ragazzi si ritrovano nelle cantine senza che nessun genitore chieda dove stai andando, e la colonna sonora è sempre quella giusta. C’è il Walkman, ci sono le giacche di jeans, c’è l’arcade. Tutto è esattamente abbastanza sgualcito da sembrare autentico, e abbastanza pulito da non disturbare.

Il problema, se vogliamo chiamarlo così, è che gli anni ’80 veri non assomigliavano granché a questa cartolina.

Il decennio che preferiresti non ricordare

Gli anni ’80 veri erano Reagan, l’AIDS ignorato per anni come “problema di altri”, la Guerra Fredda che non era uno sfondo suggestivo ma una paura concreta di svegliarsi e trovare un fungo atomico fuori dalla finestra. Erano il crack epidemic nelle città americane, la deindustrializzazione che svuotava esattamente i paesini del Midwest come Hawkins. Erano anche, diciamolo, moda oggettivamente indifendibile, non ironica, non vintage, proprio brutta, e una quantità di hair metal che nessun algoritmo di Spotify ha ancora avuto il coraggio di rivalutare.

Niente di tutto questo è in Stranger Things. O meglio: c’è il Sottosopra, che funziona benissimo come metafora dell’angoscia dell’epoca, ma è abbastanza fantascientifico da non fare troppo male. Il resto è un greatest hits curato con la precisione di un mood board: prendi Spielberg, aggiungici i Clash, togli la povertà, aumenta la saturazione.

La nostalgia di una nostalgia

La cosa più interessante non è che i Duffer Brothers abbiano imbellito il decennio. È che ci abbiano convinto tutti, anche chi quegli anni li ha vissuti davvero, che quella fosse la versione autentica. La nostalgia funziona così: non ricordi com’era, ricordi come ti sentivi. E Stranger Things ha costruito un set emotivo così preciso che il cervello lo archivia come memoria, anche se non ne hai una.

È nostalgia per qualcosa che non è mai esistito. Ed è per questo che dura.

I Duffer Brothers, peraltro, nel 1983 avevano rispettivamente tre e un anno. Stanno ricordando un decennio che conoscono solo attraverso i film che lo hanno raccontato, Spielberg, John Hughes, Stephen King. Stranger Things è, in fondo, la nostalgia di una nostalgia: un omaggio a come Hollywood aveva già idealizzato quegli anni mentre erano ancora in corso. È un’illusione al quadrato, e funziona al doppio.

Hawkins non è mai esistita. Ma ci torneresti volentieri.

E questa è la trappola più elegante della serie: non ti vende un decennio, ti vende una sensazione. Quella di appartenere a qualcosa, di avere una cantina dove ritrovarsi, di vivere in un posto abbastanza piccolo da sembrare sicuro e abbastanza misterioso da non annoiarti mai. Un posto che nella realtà non ha mai avuto quell’aspetto, ma che nel ricordo, tuo o di qualcun altro, è diventato l’unico posto in cui vorresti essere.

Parte del merito va alla musica, che in Stranger Things non fa da sfondo, fa da architettura emotiva. Come funziona davvero? Qui Mapleberry lo ha smontato pezzo per pezzo

Zona Instabile è il posto dove le cose che diamo per scontate smettono di esserlo.

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