Memoria selettiva: Quando chi insegna dimentica ma chi impara deve ricordare

Banco di scuola con biglietto “Come ti chiami?”, tema memoria selettiva ed empatia in classe

C’è un momento preciso in ogni classe italiana in cui il paradosso prende forma.
Il professore entra, apre il registro elettronico, strizza gli occhi e dice “Tu… come ti chiami?”. È lo stesso professore che, cinque minuti dopo, chiederà a quel “tu” di ricordare con precisione la data della pace di Vestfalia o la formula dell’elettrolisi.

Benvenuti nella scuola della memoria selettiva. Quella dove chi insegna può scambiare Benedetta con Beatrice per mesi, ma non ammetterà mai che confondere il moto uniformemente accelerato con quello rettilineo sia “comprensibile”.

È un curioso corto circuito educativo: da una parte si predica l’importanza dello studio, della concentrazione, della memoria; dall’altra si normalizza l’idea che le persone siano intercambiabili, che il nome, cioè la minima forma di identità, non conti poi così tanto.

Eppure, un nome ricordato è già metà del rispetto guadagnato. È la differenza tra sentirsi parte di qualcosa o solo un numero sul registro.
Ma nella scuola moderna i numeri vincono facile: voti, percentuali, medie, debiti, crediti. Tutto è misurabile, tranne l’attenzione verso chi hai davanti. È più facile memorizzare la tabella di Mendeleev che ricordarsi chi ha paura di parlare all’interrogazione o chi ha smesso di alzare la mano perché nessuno lo guarda mai davvero.

Si parla tanto di empatia digitale, di educazione emotiva, ma la memoria emotiva sembra un optional. Quella che ti fa dire “ciao Marco” invece di “tu lì”, o che ti fa capire che dietro un voto c’è una persona, non un risultato.

Forse non serve più memoria storica, ma memoria umana. Quella che non si misura in interrogazioni, ma in attenzioni.
Perché se il professore non sa come ti chiami, ma vuole che tu ricordi ogni pagina del manuale, il vero esercizio di memoria diventa uno solo: ricordarsi chi sta davvero imparando da chi.

E alla fine, tra tutti quei “tu” e quei “come ti chiami”, resta una domanda sospesa nell’aria: se a scuola non impariamo a ricordare le persone, cosa stiamo davvero imparando?

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