
Il Flaminio è probabilmente l’edificio più fotografato di Roma che nessuno frequenta da quindici anni. Un capolavoro del Novecento circondato da cancelli arrugginiti, erbacce e siringhe. Un monumento tutelato dalle Belle Arti che nel frattempo si sgretola. E oggi, mentre il nipote del suo progettista scrive lettere al Comune per difendere il progetto di chi vuole trasformarlo, la Fondazione che porta il nome del nonno fa opposizione. Siamo all’incrocio tra architettura, burocrazia italiana e un dramma familiare in calcestruzzo armato.
Prima c’era qualcos’altro
Lo Stadio Flaminio sorge esattamente dove sorgeva lo Stadio Nazionale, costruito nel 1911. Il bando di appalto-concorso per il nuovo impianto precisava che in nessun punto la nuova costruzione avrebbe dovuto fuoriuscire dal perimetro della precedente, un vincolo progettuale che avrebbe potuto paralizzare chiunque. Non Pier Luigi Nervi.
Lo Stadio Flaminio fu progettato da Pier Luigi Nervi con il figlio architetto Antonio Nervi tra il 1957 e il 1958, realizzato in occasione della XVII Olimpiade di Roma del 1960 e inaugurato nel 1959. Capienza originale: circa 50.000 spettatori. E dentro: quattro palestre, una piscina, bar, spogliatoi, pronto soccorso. Non uno stadio, un organismo urbano.
Nervi: l’ingegnere che pensava con il cemento
Pier Luigi Nervi non era un architetto nel senso convenzionale del termine. Era ingegnere, costruttore, inventore di forme che nascevano dalla struttura stessa. Costantemente attento al rapporto struttura-forma, basandosi sul concetto di “resistenza per forma”, realizzava ogni parte delle sue strutture rigorosamente in base alle forze interne cui erano soggette. In pratica: la bellezza come conseguenza della fisica, non come decorazione sovrapposta.
Nervi era, come un architetto classico, progettista e al tempo stesso costruttore, utilizzando principalmente la tecnica del cemento armato e sfruttando al massimo la libertà compositiva offerta dall’impiego di elementi prefabbricati. Per il Flaminio questa filosofia si tradusse in una soluzione allora sperimentale: la “prefabbricazione strutturale”, modalità realizzative specifiche e originali che mettono in luce il suo talento sia come progettista sia come costruttore. Accanto al cantiere fu allestita un’area di prefabbricazione dedicata, per garantire tempi rapidi e qualità controllata. Siamo nel 1957.
Il quartiere Flaminio di quegli anni era un cantiere straordinario. L’area fu destinata a ospitare il nucleo principale delle nuove attrezzature per la XVII Olimpiade: il Villaggio Olimpico di Adalberto Libera e Luigi Moretti, il viadotto di corso Francia di Nervi, il Palazzetto dello Sport di Annibale Vitellozzi e dello stesso Nervi, il Palazzo delle Federazioni Sportive di Pasquale Carbonara. Un cluster di architettura moderna come Roma non ne aveva mai visto, e difficilmente ha rivisto da allora.
Non è un caso che Le Corbusier si fosse recato in visita allo Stadio Flaminio con Pier Luigi Nervi intorno al 1960. Non per cortesia istituzionale. Per curiosità intellettuale.
Cinquant’anni di vita, quindici di abbandono
Per decenni il Flaminio ha funzionato. Ha ospitato calcio, rugby, concerti. Nel 1987, nel giro di poche settimane, vi si esibirono gli U2 come tappa d’apertura europea del Joshua Tree Tour, i Duran Duran, Prince e David Bowie, per la prima volta in Italia. Non male per un impianto progettato per le Olimpiadi.
Poi è arrivato il lento declino. Il 12 marzo 2011 lo stadio Flaminio vide per l’ultima volta una partita ufficiale: la vittoria dell’Italia sulla Francia nel Sei Nazioni. L’anno successivo la Nazionale di rugby si spostò allo Stadio Olimpico per permettere la ristrutturazione dell’impianto. La ristrutturazione non è mai avvenuta, rendendo definitivo il trasferimento. Dal 26 febbraio 2014 lo stadio fu condotto dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio, a seguito della rinuncia della FIR a continuare a utilizzarlo per via degli eccessivi costi di rinnovamento.
All’esterno: cancelli arrugginiti, erbacce alte, spazzatura. All’interno: muri mangiati dall’umidità, inferiate cadenti e silenzio desolante. Un monumento lasciato marcire nel mezzo di uno dei quartieri culturalmente più densi d’Europa, quello dove nel frattempo erano sorti l’Auditorium Parco della Musica di Renzo Piano e il MAXXI di Zaha Hadid.
Nel luglio 2018 la Soprintendenza Speciale delle Belle Arti di Roma ha apposto il vincolo architettonico sull’impianto, riconoscendone formalmente il valore storico e culturale. Il che, nella logica italiana, significa: non puoi abbatterlo, non puoi trasformarlo liberamente, e soprattutto non puoi decidere cosa farne senza attraversare un percorso burocratico di lunghezza geologica.

Il piano della Getty e il dossier da 600 pagine
Nel frattempo qualcuno cercava di ragionare seriamente sul futuro dell’edificio. Un team della Sapienza, in collaborazione con la Pier Luigi Nervi Project Association e Docomomo Italia, ha sviluppato il Piano di Conservazione dello Stadio Flaminio, pubblicato dalla Getty Foundation nell’ambito del programma Keeping it Modern, volto a finanziare protocolli per la conservazione del patrimonio del XX secolo oggi a rischio. A luglio 2021 il piano, una relazione multidisciplinare di circa 600 pagine, è stato pubblicato e reso disponibile al pubblico.
600 pagine di analisi su un edificio che non usa nessuno.
Il progetto: uno stadio sopra lo stadio
Nel febbraio 2026 la situazione ha preso una piega concreta e controversa. Il presidente della Lazio Claudio Lotito, insieme al nipote di Nervi, anche lui di nome Pier Luigi, ha presentato a Formello la proposta progettuale depositata in Campidoglio.
Il progetto è firmato da un team composto dall’architetto Pierluigi Nervi, nipote e omonimo dell’originario progettista, dal professore Domenico D’Olimpio della Sapienza per il coordinamento scientifico, dal professore Roberto De Lieto Vollaro dell’Università Roma Tre, ed è sotto la regia progettuale dello studio Archea Associati.
L’idea progettuale è radicale nella sua semplicità: un intervento di “recupero funzionale, valorizzazione e ampliamento” che porterà l’attuale capienza a 50.570 posti grazie alla realizzazione di un secondo anello in acciaio sostenuto da 46 “cavalletti”, raddoppiando l’altezza da 17,60 a 40,60 metri. I cavalletti renderanno questa nuova parte del tutto autonoma dal vecchio stadio di Nervi, con il quale non avrà alcun punto di contatto. Come ha spiegato l’architetto Marco Casamonti di Archea Associati: “La base, in cemento armato, è quella storica progettata da Nervi, mentre la parte superiore, leggera e sospesa, sarà in acciaio. Questa scelta non solo garantisce la coerenza stilistica, ma permette di preservare l’eleganza e la leggerezza delle forme originali.”
Il nipote scrive al Comune (e la Fondazione risponde)
A maggio 2026, mentre il Campidoglio valuta ancora il lungo elenco di integrazioni richieste, l’architetto Pierluigi Nervi ha inviato una lettera al Comune di Roma per difendere il progetto. Il succo è questo: “Il progetto della Lazio è l’unico che può tenere il Flaminio in vita.”
Nella lettera, Nervi entra nel dettaglio architettonico: “L’intervento sull’impianto attuale restituisce le funzioni e l’aspetto originari; quest’ultimo è garantito dal fatto che i nuovi telai strutturali avranno un passo doppio rispetto ai precedenti, permettendone la percezione e visibilità. La nuova struttura non avrà alcun punto di contatto con l’attuale, ne è totalmente svincolata, proprio per l’attenzione e la cura a questa dedicata.”
Eppure, a fare opposizione al progetto non è un’associazione ambientalista né un comitato di quartiere. È la Pier Luigi Nervi Foundation, che il 22 aprile ha depositato una nota tecnica sostenuta anche da Docomomo Italia, Aipai e Carte in regola: “Il progetto viene presentato come ‘recupero’, ma descrive una trasformazione di tutt’altra scala.” Per la Fondazione, occludere l’immagine e parcellizzare la complessiva percezione dello stadio Flaminio è contrario a qualsiasi intento di tutela ed entra in totale contrasto con le motivazioni del vincolo ministeriale.
Da una parte il nipote, che firma il progetto e scrive lettere al Comune. Dall’altra la Fondazione che porta il nome del nonno, pronta ad agire legalmente. Il Flaminio ha sempre avuto il dono di trasformare qualsiasi questione in una guerra per procura, solo che questa volta i contendenti condividono un cognome.
Un’architettura che aspetta ancora
Resta il dato di partenza, quello che tutto il dibattito rischia di oscurare: lo stadio realizzato per le Olimpiadi del ’60 è lasciato nell’incuria e nel degrado evidente, “con un inaccettabile impatto per la città di Roma in un quadrante di grande rilievo storico artistico”, sono parole dello stesso Pierluigi Nervi nella sua lettera, non di un polemista.
Un edificio che nel 1959 ha ridefinito i limiti della prefabbricazione strutturale in Europa, visitato da Le Corbusier e studiato da università di mezzo mondo, che ha dentro di sé una piscina semiolimpionica, quattro palestre e una curva capace di contenere migliaia persone, questo edificio è fermo da quindici anni, nel mezzo di un quartiere dove Renzo Piano e Zaha Hadid hanno costruito due dei loro lavori più noti.
Il Flaminio non è una questione sportiva. È una questione su cosa una città sceglie di fare con la propria architettura, se preservarla in un vincolo che ne garantisce il degrado, o trasformarla in qualcosa che almeno respiri. La risposta non è scontata. Ma il silenzio di quindici anni nemmeno era una risposta.
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