
L’Italia è una crepa con lo stivale intorno. Da sempre si spacca su tutto: polentoni e terroni, guelfi e ghibellini cotoletta o cassata. Oggi, però, è nata una nuova faglia nazionale: crepisti contro anti-
allarmisti.
Tutto comincia, come sempre, da una foto: un banalissimo scatto del cavalcavia sulla tangenziale
torinese, all’altezza di Moncalieri, con un’enorme frattura nel calcestruzzo armato.
Zoom, condividi, commenta… boom. Virale. In pochi minuti la tangenziale diventa l’epicentro del
prossimo crollo nazionale.
Nei gruppi Facebook locali si scatena il panico:
“Oddio, ma ci passo tutti i giorni!”
“Chiamate i carabinieri!”
“Scrivete a Rixi!”
E a Edoardo Rixi, qualcuno scrive davvero. Mino Giachino, ex sottosegretario e attuale specialista
in allarmismi infrastrutturali, pubblica la foto, la definisce “poco rassicurante” e la invia
diligentemente al viceministro.
Nel frattempo, il Paese trema. Ma non è il viadotto che crolla, no. È il dito sul tasto “condividi”.
Sì, perché, banana, signori! quella che tutti chiamano “crepa”… non è una crepa.
È, udite udite, una “sella Gerber”. Fatta, per giunta, come Gerber comanda.
È un giunto strutturale progettato per interrompere volontariamente la continuità del ponte e
permettergli di flettersi senza rompersi: una frattura controllata, che consente alla struttura di
muoversi e adattarsi.

È la logica dell’ingegneria, non del bar sport. Ma ci voleva il solito imbecille armato di smartphone
per scoprire l’acqua calda e promuoverla a disastro nazionale.
Gli zelanti cittadini, però, tutto il torto non ce l’hanno: certe invenzioni tengono in piedi i ponti ma
sterminano i neuroni di sessanta milioni di commissari tecnici della Nazionale, convinti che se
qualcosa si muove stia per crollare. L’“elasticità strutturale” manda loro in cortocircuito la mente:
stabilità vuol dire stare fermi, zitti e immobili, come in fila alle Poste, perbacco!
Sul gruppo “Ingegneria e dintorni” scatta la controffensiva tecnica: “Tranquilli è una sella Gerber,
non la fine del mondo.”
E giù spiegazioni: “discontinuità controllata”, “schema isostatico”… roba che dopo due righe già ti
manca la paura prefabbricata, l’allarme pronto all’uso, quel bel prêt-à-penser, che non ti chiede di
capire qualcosa, solo di gestire l’imbarazzo digitale… perché, diciamolo, come si reagisce alla foto
di una crepa? Cuoricino? Pollice? Faccina scioccata?
Ingegneri 1 – Giornalisti 0
Da qui, la vicenda degenera nella solita tragicommedia nazionale, i giornali gridano al disastro
imminente; gli ingegneri ridono (si danno un tono, ma ridono); i politici inoltrano la foto ai ministeri.
E il cavalcavia? Resta lì, imperturbabile, come fa da circa mezzo secolo, a reggere tonnellate di
automobilisti che da oggi sono in preda al panico.
Morale, se proprio serve:
non tutti quelli che parlano sanno, e non tutti quelli che sanno parlano.
Non tutti quelli che twittano studiano.
E, soprattutto, non tutto ciò che sembra crepato sta crollando.
Il resto, il viceversa, lo lasciamo ai talk show.

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