Una storia (imbarazzante) di chi ha scelto la vergogna pubblica pur di essere al centro del mondo

C’è una particolare categoria di esseri umani che, messa davanti alla scelta tra passare inosservati e passare per idioti, sceglie sempre la seconda opzione. Non per stupidità ma per calcolo. Hanno capito prima di tutti noi che l’attenzione è una valuta, e che farsi notare facendo qualcosa di imbarazzante qualche volta frutta molto più che farsi notare facendo qualcosa di buono. Ecco una piccola galleria dei più bravi di sempre in questa disciplina, dal Lord che si finge morto per godersi il proprio funerale allo streamer che si finge senza casa per farsi notare da uno sconosciuto con un telefono.
“LORD” TIMOTHY DEXTER (Massachusetts, fine ‘700)
Arricchitosi per pura fortuna speculando su valuta continentale svalutata, si autoproclamò “Lord” senza averne alcun titolo, si costruì una villa con quaranta statue di eroi americani, inclusa la propria, e assunse un poeta di corte il cui unico lavoro era celebrarlo. Non contento, organizzò un finto funerale per sentire dal vivo gli elogi che gli sarebbero spettati: si presentarono più di tremila persone, e Dexter fu trovato vivo subito dopo la cerimonia mentre bastonava la moglie in cucina, colpevole di non aver pianto abbastanza. Il primo pubblicity stunt della storia americana finisce quindi in violenza domestica, il che dice già molto sul genere.
P.T. BARNUM (metà ‘800)
Il vero fondatore del settore. Espone Joice Heth, una donna anziana schiava, sostenendo avesse 161 anni e fosse stata la balia di George Washington: quando l’interesse cala, fa girare la voce che in realtà sia un automa meccanico, così il pubblico torna a pagare solo per scoprire se è vera o finta. Anni dopo inventa la Feejee Mermaid, una scimmia essiccata cucita a una coda di pesce spacciata per sirena, orchestrando false lettere ai giornali per costruire l’hype settimane prima del suo arrivo a New York. Si definiva “il Principe dell’Inganno” e non se ne vergognava affatto.
ANNIE EDSON TAYLOR (1901)
A 63 anni, maestra in bolletta, decide che il modo migliore per garantirsi una vecchiaia dignitosa è farsi chiudere in un barile e lanciarsi giù dalle Cascate del Niagara. Sopravvive, prima persona nella storia a riuscirci, e diventa per poche settimane una celebrità internazionale. Ma il manager le scappa col barile, mai più ritrovato, e lei muore povera vent’anni dopo in un ospizio, con il funerale pagato da una colletta pubblica. La fama arrivò puntuale. La fortuna no.
ROLLEN “RAINBOW MAN” STEWART (anni ’70-’80)
Capisce che con una tv portatile può sapere sempre dove punta la telecamera durante le dirette sportive, e passa un decennio a intrufolarsi in inquadrature di Super Bowl, Mondiali e persino il matrimonio di Carlo e Diana con una parrucca afro arcobaleno, poi con cartelli “John 3:16” dopo la conversione religiosa. Diventa così ossessionato dall’andare in tv da abbandonare casa e matrimonio per vivere in macchina studiando il palinsesto settimanale. La storia però vira dal buffo al tragico: convinto che l’Apocalisse fosse imminente, finisce per compiere un sequestro e sta scontando tre ergastoli. Un promemoria utile: il bisogno ossessivo di visibilità, portato all’estremo, raramente finisce bene.

GG ALLIN (anni ’80-’90)
Il punto più basso, letteralmente, della categoria. Sul palco si automutilava, aggrediva il pubblico e si spalmava le proprie feci addosso lanciando il resto tra la folla. AllMusic lo ha definito, senza giri di parole, il degenerato più spettacolare della storia del rock. La musica non è mai stata il punto: era lo scandalo fine a se stesso, portato a un livello che nemmeno il punk più estremo aveva osato prima.
SACHA BARON COHEN AGLI OSCAR (2012)
Il caso da manuale di stunt pubblicitario dichiarato, e riuscito. Vestito da General Aladeen per promuovere “The Dictator”, arriva sul red carpet degli Oscar con un’urna dicendo di portare le ceneri di Kim Jong-il, poi le rovescia addosso a Ryan Seacrest in diretta mondiale (erano solo farina, ammetterà poi). Viene scortato via, ma il film ne guadagna una copertura mediatica che nessun budget pubblicitario avrebbe mai comprato. La differenza con tutti gli altri nomi di questa lista: qui nessuno viene davvero ingannato. Tutti sanno che è marketing. E funziona.
AVA LOUISE, “CORONAVIRUS CHALLENGE” (marzo 2020)
Il capitolo più recente della vecchia guardia, e il più gratuitamente stupido. Nel pieno del panico da Covid, si filma mentre lecca il sedile del water su un aereo e posta il video su TikTok chiamandolo “Coronavirus Challenge”. Zero messaggio, zero utilità: solo il bisogno puro di essere l’unica cosa di cui tutti parlano per un giorno, a costo di sembrare l’essere umano più irresponsabile del pianeta nel mezzo di una pandemia globale.
La cosa più desolante, ed è anche la chiave di lettura di questo pezzo, è che a un certo punto smette di avere importanza se le cose che gli capitano siano vere o costruite a tavolino. Il pubblico guarda comunque, gli abbonamenti arrivano comunque. Da un Lord che finge il proprio funerale a un ragazzo che finge di essere senza casa davanti a una telecamera, la distanza sembra enorme, ma il motore è identico. Cambiano gli strumenti, cambia la velocità con cui l’imbarazzo diventa contenuto. Il bisogno di essere, anche solo per un attimo, l’unica cosa di cui il mondo sta parlando, quello resta drammaticamente uguale. Questo articolo fa parte della raccolta di TOHzine dedicata ai fenomeni più imbarazzanti della cultura pop, insieme ad altri casi che meritano lo stesso trattamento. Di proposito useremo pochi tag: sarebbe un controsenso regalare altra visibilità gratuita a persone che una carriera intera l’hanno costruita proprio su quella.


