
C’era una volta la TV di una volta. Quella in cui gli chef non erano influencer stellati, ma signori in giacca che parlavano di cucina come se stessero leggendo l’enciclopedia.
Poi arrivò lui: Beppe Bigazzi, volto storico de La Prova del Cuoco.
Un giorno del 2010 decise di fare coming out… ma culinario:
“Il gatto? Beh, nelle campagne una volta si mangiava. Era una prelibatezza.”
E boom: Italia divisa in due.
Da un lato chi era già pronto a chiamare l’ENPA, dall’altro chi pensava “beh, in Cina si fa, e noi con le lumache non è che siamo proprio meglio”.
In mezzo, milioni di telespettatori con la forchetta sospesa a mezz’aria, chiedendosi se il proprio micio stava per diventare un piatto da portata.
Le rivoluzioni culinarie si fanno con olio, sale e nervi saldi; quelle mediatiche con un microfono aperto e un animale simbolo. Il resto sono spezie: indignazione a piacere, ironia q.b., e un retrogusto di “mai più” che resta in bocca più di qualsiasi ricetta.
In pochi minuti, Bigazzi cucinò la sua carriera a fuoco vivo: indignazione generale, animalisti in rivolta, RAI costretta a sospenderlo.
Altro che La Prova del Cuoco: quella volta la prova era di resistenza nervosa.
Gatti 1 – Cuochi 0
Alla fine, gli unici ad uscire vincitori furono proprio i gatti.
Da quel giorno hanno acquisito uno status intoccabile: puoi arrabbiarti se ti rovesciano il bicchiere d’acqua, ma guai a pensare di infilarli in casseruola.
Se li disturbi, ti guardano male. Se citi Bigazzi, ti graffiano.
Morale? Bigazzi voleva tramandare la tradizione contadina, e invece è diventato una tradizione da raccontare alle cene tra amici:
“Ti ricordi quella volta che Bigazzi disse in TV che il gatto era buono da mangiare?”

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