Dal cono di Madonna al corsetto di Lady Gaga

Dal cono di Madonna al corsetto di Lady Gaga: trent’anni dopo, l’erede di Gaultier è italiano, ha 27 anni e Hollywood lo ha già trovato.

Un designer emergente di Milano, un abito costruito a mano e un backstage da 14 milioni di euro di incasso: come Lorenzo Seghezzi è finito a vestire Lady Gaga nel sequel più atteso dell’anno.

Il corsetto che nessuno si aspettava

C’è un corsetto in Il Diavolo Veste Prada 2 che non ha il logo di una maison centenaria, non ha alle spalle decenni di archi di trionfo sulla Settimana della Moda, non è firmato da qualcuno con villa a Saint-Tropez e profumo da 400 euro. È firmato Lorenzo Seghezzi, è stato costruito a mano con stecche d’acciaio e tessuto trattato come una seconda pelle, e lo ha indossato Lady Gaga. In un film ambientato nel cuore della moda mondiale. Girato, tra gli altri set, all’Accademia di Brera. Dove la passerella è stata montata in cinque giorni da una troupe locale che di sfilate vere ne fa davvero.

Dal kit della nonna alla passerella

Si chiama Lorenzo Seghezzi, è nato a Milano nel 1997 e ha iniziato a cucire che era ancora un bambino. Prima il kit da sarta della nonna, poi una macchina da cucire ricevuta in regalo, poi casa Seghezzi trasformata in atelier improvvisato dove si sperimentava a partire da tendaggi e corredi di famiglia. Il debutto ufficiale arriva nel 2020, dopo un diploma alla NABA, sulla passerella di Alta Roma. Da lì in poi, una traiettoria costruita capo per capo, senza i fondi di una conglomerata e senza il paracadute di un nome già famoso.

Couturier, non stilista

Il corsetto, per Seghezzi, non è un accessorio né un vezzo estetico. Il rapporto tra tessuto e stecche d’acciaio è diventato centrale nel suo lavoro: una contrapposizione tra morbido e rigido che non solo permette di modificare il corpo, ma anche di creare strutture che vanno oltre la sua forma naturale. Couturier, si definisce lui. Non stilista, non designer. Couturier. La differenza non è nominalistica: ogni creazione è su misura, pensata per le proporzioni, i bisogni e i desideri di chi la indossa. Un approccio che nel mondo del fast fashion suona quasi rivoluzionario, e che lui rivendica senza timidezza.

L’ombra di Gaultier e la lezione del cone bra

Il suo immaginario guarda a Vivienne Westwood e Jean Paul Gaultier, sì, proprio lui, il cone bra, quello che trent’anni fa aveva trasformato il corsetto di Madonna in manifesto culturale. Da quella lezione Seghezzi parte per andare altrove: il corsetto non come citazione, ma come metodo. Un capo da costruire con pazienza artigiana, da calibrare sul corpo reale di chi lo indossa, da trattare con la stessa serietà tecnica con cui si lavora un’armatura su misura. La moda come mestiere antico, praticato con strumenti contemporanei.

La chiamata del cinema

Poi è arrivata la chiamata del cinema. Il Diavolo Veste Prada 2 ha scelto Milano per la sua sfilata di Runway, girata all’Accademia di Brera, con una selezione di stilisti italiani che ha fornito i look alla produzione: Emilio Pucci, Etro, Fendi, Moschino, Missoni, Prada, Dolce & Gabbana, Roberto Cavalli, Antonio Marras e, appunto, Lorenzo Seghezzi. Non esattamente un elenco di esordienti. Non esattamente una lista in cui è banale trovarsi a 27 anni con un brand fondato nel 2021.

Gaga, Versace e il corsetto giusto

La costumista Molly Rogers aveva un obiettivo preciso: far indossare a Lady Gaga qualcosa di uno stilista italiano, per rendere omaggio alla moda del paese in cui il film era ambientato. Per la performance di Shape of a Woman si è optato per un abito Atelier Versace già indossato ai Grammy del 2012, con uno scettro abbinato, un archivio vivente che si è letteralmente scucito durante le riprese, deteriorandosi come in Carrie. Per il corsetto da backstage, la scelta è caduta su Seghezzi.

Un corsetto da resa dei conti

C’è qualcosa di cinematograficamente coerente nell’abbinamento. Nel backstage milanese, Gaga appare fredda, distante, circondata dal suo staff mentre viene truccata e acconciata. La scena con Miranda Priestly, una resa dei conti mascherata da favore professionale, un gelo sottile che si materializza in una sola stilettata verbale, richiedeva un’estetica altrettanto calibrata. Un corsetto che non fosse costume di scena ma dichiarazione di statura. È esattamente su questo che lavora Seghezzi: silhouette che assumono una sfumatura drammatica, strutture che ridisegnano il corpo senza snaturarlo.

Il corsetto non si porta, si abita

Che il destino del corsetto sia sempre stato questo, trasformarsi da strumento di costrizione esterna in strumento di presenza scenica, lo dimostra la parabola secolare di questo capo. Gaultier lo aveva capito costruendo il cone bra per Madonna nel 1990. Seghezzi lo ha capito cucendo a mano, con le stecche d’acciaio, in un atelier milanese. Trent’anni li separano. Il principio è lo stesso: il corsetto non si porta, si abita.

Hollywood non aspetta

Nel frattempo, il film ha polverizzato i record d’incasso della stagione raccogliendo 14 milioni di euro a soli cinque giorni dal debutto nelle sale italiane, l’Accademia di Brera è diventata un set hollywoodiano e un ragazzo di Milano che da bambino cuciva i vestiti con i tendaggi di casa è finito in un film con Meryl Streep, Anne Hathaway e Lady Gaga. Potrebbe sembrare la trama di un sequel di Il Diavolo Veste Prada. In qualche modo, lo è.

Chi osa vince. Noi raccontiamo chi osa. Il resto lo lasciamo agli altri.

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