Disagi passati / parte 1. Il duplex, ovvero quando anche il telefono aveva un coinquilino

Il telefono come evento domestico

Prima degli smartphone, prima dei vocali da sette minuti, prima delle videochiamate fatte dal supermercato con l’inquadratura sul mento, esisteva un’epoca in cui parlare al telefono era un evento domestico. Non un gesto. Un evento.

Per la generazione nata più o meno tra il 1965 e il 1980, quella che oggi viene normalmente identificata come Generation X, il telefono non era ancora un’estensione del corpo, ma un oggetto fisso, pesante, spesso piazzato in corridoio, in salotto o in un punto della casa scelto apposta per impedire qualsiasi forma di privacy. Britannica definisce la Gen X proprio come la generazione nata indicativamente tra il 1965 e il 1980, stretta tra Baby Boomers e Millennials, quindi abbastanza giovane per aver desiderato libertà, ma abbastanza vecchia per averla dovuta chiedere usando un apparecchio con il filo.

E poi c’era lui

Il duplex era una di quelle invenzioni tecniche che oggi sembrano uscite da una riunione condominiale particolarmente cattiva. In pratica, due abbonati condividevano la stessa linea telefonica. Di solito erano vicini di casa, persone fisicamente prossime, spesso già abbastanza vicine da sentirsi litigare attraverso i muri, ma non abbastanza da evitare di condividere anche il telefono. Il sistema nasceva per rendere il servizio telefonico più accessibile, riducendo i costi dell’abbonamento, ed era gestito in Italia dalla SIP — Società Italiana per l’Esercizio Telefonico — che deteneva il monopolio assoluto sulle telecomunicazioni dal 1964 fino alla sua trasformazione in Telecom Italia nel 1994. Monopolio assoluto, appunto: se la SIP decideva che tu e il vicino condividevate la linea, tu e il vicino condividevate la linea. Punto. Secondo diverse ricostruzioni il sistema permetteva un risparmio intorno al 30 o 34 per cento rispetto alla linea singola.

Hunger Games, ma con la cornetta

Detta così sembra quasi una bella idea. Due famiglie, una linea, un piccolo patto di civiltà telefonica.

Nella realtà era Hunger Games, ma con la cornetta.

Il funzionamento era semplice e crudele. Se alzavi il telefono e la linea era libera, potevi chiamare. Se invece l’altro utente stava già parlando, tu restavi lì, con la cornetta in mano, ad ascoltare il vuoto, il silenzio, il nulla cosmico. Non potevi telefonare, non potevi ricevere, non potevi esistere. Oggi una persona di dodici anni, davanti a una cosa del genere, prima ride e poi ti guarda con compassione tecnologica. “Quindi avevate il telefono, ma non potevate usarlo se lo usava un altro?” Sì. “Un altro chi?” Il vicino. “Ma perché?” Per risparmiare. A quel punto capisci che il duplex, più che un ricordo, è diventato una prova archeologica. Per chi è cresciuto con smartphone personale, chat, vocali e videochiamate illimitate, l’idea di condividere la linea telefonica con un’altra famiglia sembra una punizione inventata dagli adulti per far sembrare Instagram una conquista civile. Quando la telefonata finiva, un breve squillo avvisava che la linea era tornata disponibile, una specie di campanella della ricreazione per adolescenti emotivamente instabili.

Il telefono serviva a tutto, tranne che a telefonare in pace

Il problema è che negli anni Settanta e Ottanta il telefono di casa non serviva solo a dire “butta la pasta”. Serviva a tutto. Tanto più che in quegli anni l’Italia era ancora indietro rispetto al resto d’Europa nella diffusione del telefono fisso: alla fine degli anni Settanta, mentre la Svezia aveva quasi un apparecchio per abitante, l’Italia ne aveva poco più della metà. Il duplex era una delle soluzioni per coprire più famiglie con meno infrastruttura. Organizzare il pomeriggio, fissare un’uscita, chiedere i compiti, commentare la puntata vista la sera prima, dichiararsi a qualcuno senza mai dichiararsi davvero, restare in silenzio con l’amica del cuore per venticinque minuti perché anche quello, a dodici anni, era comunicazione.

Quelli del piano di sopra

Poi arrivava tuo padre.

“Devi chiudere, che quelli del piano di sopra devono telefonare.”

Quelli del piano di sopra non avevano un nome. Erano una categoria morale. Una presenza invisibile ma potentissima, più importante dei tuoi sentimenti, più urgente del fidanzatino, più rispettabile della tua migliore amica che stava raccontando una tragedia fondamentale tipo “mi ha guardata durante l’intervallo ma poi ha parlato con Monica”.

Il duplex trasformava ogni telefonata adolescenziale in una trattativa sindacale. Tu cercavi di prolungare. I genitori presidiavano. Il vicino probabilmente sbuffava dall’altra parte del pianerottolo. E tutti fingevano che fosse normale condividere una linea telefonica con persone che magari non avresti invitato nemmeno a prendere il caffè.

Il disagio che forma il carattere

La cosa meravigliosa è che il duplex non produceva solo risparmio. Produceva carattere. Ti insegnava la sintesi, perché non potevi permetterti conversazioni infinite. Ti insegnava la strategia, perché dovevi scegliere l’orario giusto. Ti insegnava la frustrazione, perché magari prendevi coraggio per chiamare qualcuno e trovavi la linea occupata dal vicino che parlava con la cognata di Cerveteri da quaranta minuti.

Soprattutto ti insegnava che la privacy era un lusso. Il telefono fisso era spesso collocato in zone comuni della casa, e fino alla diffusione del cordless imponeva immobilità fisica. Parlavi lì, davanti a tutti, cercando di usare codici, mezze frasi, risatine, sospiri e “poi ti spiego” mentre tua madre passava casualmente per la quarta volta nello stesso corridoio. Il duplex fu progressivamente smantellato con la digitalizzazione della rete telefonica italiana negli anni Novanta, quando finalmente la SIP iniziò a convertire le linee in ISDN. Proprio allora, quando la tecnologia aveva già risolto il problema, arrivò il telefonino. E tutto il resto è storia recente.

Un disagio, una fotografia

Oggi ci lamentiamo se il Wi Fi prende poco in bagno. All’epoca potevi perdere l’amore della tua vita perché la signora del secondo interno stava chiamando la sorella.

E forse è proprio questo il punto. Il duplex era un disagio tecnico, economico e sociale, ma era anche una perfetta fotografia di un’Italia in cui tutto era condiviso per necessità. La linea telefonica, il pianerottolo, il rumore dei vicini, le urla dei genitori, il tempo degli altri. Oggi abbiamo un telefono a testa, spesso due, messaggi illimitati, audio, chat, notifiche, gruppi, videochiamate, emoji, sticker e ancora riusciamo a non capirci.

Noi invece siamo cresciuti nell’epoca in cui per parlare con qualcuno dovevi prima sperare che il vicino avesse finito.

E forse, a pensarci bene, è per questo che quando oggi qualcuno non risponde a un messaggio dopo tre minuti, dentro di noi non ci arrabbiamo davvero. Sentiamo solo un’antica voce familiare.

“Chiudi, che devono telefonare anche gli altri.”

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