
La sirena che non affoga mai
La sirena non passa mai davvero di moda. Al massimo si immerge per qualche stagione, lascia spazio a minimalismi beige, facce pulite e vestiti che sembrano usciti da un manuale di buone intenzioni, poi riemerge. Più luminosa, più iridescente, più fotografabile. Sempre pronta a ricordarci che, quando la moda non sa più che pesci prendere, prima o poi torna lì: al mare, alle squame, ai capelli bagnati, alla donna misteriosa che forse ti ama, forse ti rovina la vita, forse semplicemente ha una manicure bellissima.
Chanel dice: meno coda, più unghie
L’ultima riemersione arriva da Chanel Cruise 2026/2027, dove l’immaginario della sirena torna in versione molto chic: pelle luminosa, occhi acquatici, capelli effetto salsedine, abiti scivolati e unghie iridescenti che sembrano catturare la luce del mare senza la seccatura della sabbia nelle scarpe. Amica ha raccontato il trucco sirena visto in passerella, mentre Repubblica D si è soffermata sulla manicure, fatta di sfumature, riflessi e colori mismatched. In pratica, la sirena non canta più dagli scogli: oggi passa dalla beauty routine, dalla passerella e dal dettaglio fotografabile.
Prima aveva le ali, non la coda
Ma la sirena è molto più antica di un trend beauty. Nella mitologia greca non era la creatura romantica e lucida che immaginiamo oggi. Non aveva ancora la coda: era metà donna e metà uccello, e il romanticismo marino sarebbe arrivato molto dopo. Le sirene di Ulisse erano pericolose, ambigue, seducenti nel senso meno rassicurante del termine. Cantavano, incantavano e portavano gli uomini fuori rotta. Non erano nate per decorare una borsa o ispirare un ombretto. Erano il promemoria antico che la bellezza può essere anche una trappola, soprattutto quando canta meglio di te.
Una figura che non sta mai ferma
Con il tempo la sirena cambia forma. Da creatura inquietante diventa donna-pesce, leggenda marina, fantasia da marinaio, figura da quadro, da fiaba, da cartolina. Resta sempre una cosa a metà: metà donna e metà animale, metà desiderio e metà pericolo, metà sogno e metà naufragio. Ed è proprio questa sua ambiguità a renderla immortale. La sirena non è mai una figura semplice. Non sta ferma dentro una definizione, e infatti la moda la adora.

Dal mito al cinema, con pinne incluse
Poi arriva il cinema, che prende il mito e lo rende pop. Negli anni Ottanta Splash (in Italia Splash – Una sirena a Manhattan) trasforma Daryl Hannah in una creatura bionda, romantica, strana e irresistibile. La sirena esce dall’acqua e finisce in città, in una commedia sentimentale dove il mito diventa desiderio moderno, un po’ favola, un po’ sogno americano con pinne incluse. Pochi anni dopo arriva Ariel, e lì cambia tutto. La Sirenetta Disney del 1989 porta la sirena nelle camerette, nei quaderni, nei costumi di Carnevale, nelle videocassette viste fino allo sfinimento. Ariel canta, sogna, vuole le gambe, colleziona oggetti umani e firma probabilmente uno dei contratti peggiori della storia delle fiabe. Però diventa icona assoluta. Da quel momento la sirena non è più solo mito o seduzione adulta: diventa immaginario pop, infanzia, nostalgia, merchandising, capelli rossi e desiderio di essere altrove.
Barbie sirena: fantasia pronta all’uso
E naturalmente arriva anche Barbie. Barbie sirena è forse una delle versioni più sincere del mito contemporaneo: colorata, impossibile, lucida, piena di capelli, code glitterate e accessori che non servono a niente ma sembrano fondamentali. Non deve spiegare il suo fascino. È puro giocattolo estetico, fantasia pronta all’uso, femminilità acquatica in plastica brillante. Eppure funziona, perché traduce perfettamente quello che la sirena è diventata: una creatura da sogno che ogni generazione può reinventare a proprio piacimento.
Mermaidcore, ovvero il mito con il suffisso giusto
Oggi la chiamiamo mermaidcore, perché Internet ha bisogno di mettere “core” dopo ogni cosa per farla sembrare una corrente culturale. Ma sotto il nome nuovo c’è il solito richiamo: conchiglie, perle, paillettes, tessuti liquidi, trasparenze, verde acqua, lilla, madreperla, capelli wet, pelle luminosa, riflessi da fondale marino. La sirena social non deve vivere davvero sott’acqua. Le basta sembrare appena uscita da un oceano molto ben illuminato.
L’abito che ti impedisce di camminare (e non importa)
La moda continua a tornarci perché la sirena è una figura perfetta. È sensuale ma non banale, romantica ma non innocua, decorativa ma mai del tutto stupida. L’abito a sirena, per esempio, è una meravigliosa contraddizione: promette fluidità marina ma spesso ti impedisce di camminare come un essere umano. Ti trasforma in statua, in diva, in creatura elegante e leggermente imprigionata. È il mare interpretato da qualcuno che ha deciso che muoversi liberamente fosse sopravvalutato. Chanel, però, la rilegge in modo più sottile. Non serve vestirsi da creatura marina completa, con coda, conchiglie e aria da acquario di lusso. Basta un riflesso sulle unghie, una pelle luminosa, un occhio appena sfumato, un capello che sembra bagnato ma ovviamente non lo è per caso. La sirena contemporanea non urla “guardami, vengo dagli abissi”. Lo sussurra mentre alza una mano perfettamente smaltata.
Ogni epoca ha la sirena che si merita
Forse è per questo che torna sempre. Perché ogni epoca si sceglie la sirena che le somiglia. I Greci avevano quella pericolosa, con le ali e la voce che ti faceva perdere la rotta. Gli anni Ottanta avevano quella romantica e cinematografica. La Disney l’ha trasformata in sogno pop. Barbie l’ha resa glitterata e giocabile. I social l’hanno trasformata in estetica. Chanel la riporta oggi nel lusso, nella luce, nel dettaglio beauty. La sirena resta lì, sospesa tra mare e terra, tra desiderio e pericolo, tra favola e passerella. Non è mai davvero nuova, ma non sembra mai del tutto vecchia. Cambia coda, cambia colore, cambia trucco, cambia piattaforma. E ogni volta che pensiamo di averla superata, lei riemerge. Più bella, più lucida, più ambigua di prima. E noi, come sempre, guardiamo.
Ispirazione acquatica assorbita. Adesso il problema è l’armadio. Dresscode Disfunzionale ci pensa lui.


