Quando la musica si fa più morbida

Il locale esiste. Il DJ ha ventidue anni. Il volume è umano.

C’è un locale al pianterreno di un palazzo ottocentesco, in una cittadina di ventimila abitanti da qualche parte nel Nord Italia. Le luci sono basse, il volume è quello giusto abbastanza da sentire il basso nelle scarpe, non abbastanza da rendere una conversazione un esercizio di lettura del labiale. Sul palco non c’è nessuno: solo un laptop, un mixer, e un ragazzo di ventidue anni che seleziona tracce con la cura di chi sceglie le parole.

Questo è soft clubbing. E non ha bisogno di Milano, di Berlino, di una lista d’attesa o di un buttafuori con gli occhiali da sole alle undici di sera.

Un’idea partita dall’alto, atterrata in basso e migliorata

Il termine ha cominciato a circolare nei media anglosassoni verso la metà degli anni Dieci, quando le grandi discoteche europee Berlino, Londra, Amsterdam hanno iniziato a proporre serate dedicate a set più morbidi: chill house, ambient techno, downtempo. L’idea era semplice: vivere l’esperienza del club senza la pressione sonora che lo rendeva, per molti, un posto in cui stare male in modo socialmente accettato.

Nelle capitali della notte era un esperimento, un format di nicchia, una cosa da recensire su Resident Advisor. Nei piccoli centri è diventata quasi per forza la norma. Senza i budget per i booking internazionali, senza le sale da tremila persone da riempire a tutti i costi, i locali di provincia hanno trovato nella musica morbida non una scelta alternativa, ma la loro identità naturale. Per necessità, certo. Ma anche per intelligenza.

“Qui non si urla nel microfono per fare venire la gente. Si fa venire la gente perché si sta bene, perché si respira.”

Chi ha smesso di urlare al barman

Chi frequenta questi posti ha spesso tra i ventidue e i trent’anni. Ha già vissuto la fase delle discoteche sature, dei livelli sonori oltre la soglia del dolore, di quella sensazione di uscire con le orecchie che fischiano e l’umore di chi ha appena perso una causa. E a un certo punto ha smesso di andarci non per noia della notte, ma per stanchezza di quella notte lì. Quella costruita sull’idea che più è forte, meglio è. Che il divertimento si misura in decibel.

Il soft clubbing risponde a un bisogno molto preciso: stare fuori casa, stare insieme, muoversi a ritmo ma farlo in un contesto che non sia un attacco ai sensi. La musica è il cuore di tutto: nu-jazz, lo-fi house, bossa elettronica, ambient groove, certi downtempo che sembrano rallentare il tempo stesso. Niente drop, niente rush. Solo groove. Il tipo di roba che non fai fatica ad ascoltare, ma che dopo un’ora ti accorgi di avere ancora in testa mentre torni a casa.

La provincia come vantaggio competitivo

In un piccolo centro, aprire un locale significa conoscere quasi tutti i clienti per nome. Questo cambia tutto, e non in senso folkloristico. I gestori spesso coetanei dei frequentatori, o quasi costruiscono eventi pensando a una comunità specifica, non a un pubblico anonimo da sfamare. La musica soft diventa anche un linguaggio di riconoscimento: se ti piace questo suono, probabilmente sei una persona con cui vale la pena stare in un posto chiuso o all’aperto per tre ore. Un esempio è il Soft Club organizzato a Civita Castellana in provincia di Viterbo presso il locale Le Ghiottonerie Del Moro. Di sera e a pranzo durante la settimana un ristorante gourmet e pizzeria frequentato da professionisti in pausa pranzo, famiglie, e poi…di domenica mattina fino al pomeriggio dj set, e cibo di qualità tra amici.

La dimensione ridotta dello spazio amplifica la qualità dell’esperienza in modo brutalmente semplice. Cento persone in un posto pensato per cento persone sono cento persone a loro agio. Lo stesso numero in una sala da tremila è una festa triste con pretese. Il soft clubbing nei piccoli centri funziona anche perché la scala è quella giusta e perché nessuno ha cercato di farlo sembrare più grande di quello che è.

Ballare senza sparire

C’è qualcosa di radicalmente diverso nel modo in cui si balla in questi contesti. Non è il ballo da esibizione, né quello da trance collettiva. È qualcosa di più simile al muoversi senza accorgersene un piede, poi l’altro, le spalle che seguono il beat senza fretta. Il corpo si ammorbidisce invece di irrigidirsi. Nessuno sta guardando, e questo è il punto.

Quello che i ragazzi cercano, forse, è un modo di essere in un posto senza doversi mettere in mostra, senza competere con il volume, senza perdere se stessi nel rumore che qualcuno ha deciso faccia rima con euforia. Il soft clubbing restituisce al divertimento una qualità che sembrava riservata ad altri contesti: la possibilità di esserci, semplicemente, senza sforzo. E se la notte vi sembra ancora troppo impegnativa, sappiate che funziona benissimo anche di domenica pomeriggio che è, a ben pensarci, la versione più onesta di tutte.

Zona Instabile è il posto dove analizziamo quello che succede a volume basso, ma senza perdere il beat.

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