Il rituale che non sapevi di avere

La cosmesi orientale non vende creme. Vende un’idea di bellezza che non ha paura del tempo.

Il momento più onesto della giornata

Non è una critica a prescindere, tipo quando ti svegli la mattina di cattivo umore e te la prendi con la prima cosa che ti capita. Possiamo definirla riflessione, su un argomento che la donna, in età soprattutto della ragione, fa volentieri.

Quando la donna è sola? Sola sola, intendo. In bagno.

Lo specchio, un trucco che è ora di togliere (sennò diventa una parte del viso, tipo maschera) e lo struccante. Via, togliere tutto. È il momento in cui sembri cancellare una giornata iniziata male e finita peggio. Sola e pensi.

Tutto anti, niente a favore

Ora, non voglio mettere in campo le varie filosofie orientali, anche se non sempre sbagliano. È solo che non le conosciamo a fondo, e quando scopriamo qualcosa di nuovo pensiamo di aver sbagliato tutto. Loro sì che capiscono, gli orientali… Beh, sì: dopo anni di parole che ti tengono incollata ai prodotti più improbabili, dopo acquisti scellerati dettati dalla paura di invecchiare male, anti-age, anti-aging, tutto anti, ma niente a tuo favore o a favore di quello che sei o diventi, capisci che una cultura che conserva la bellezza per quello che è, e non odia quello che potresti diventare, ha ragione. E che il tuo momento deve essere bello, riflessivo e speciale.

Invecchiare non è il problema, è la direzione

Il punto è che i giapponesi questo lo sanno da secoli e ci hanno pure scritto sopra. Esiste un concetto che si chiama wabi-sabi, non una marca di wasabi tranquille, che è di fatto una visione del mondo fondata sull’idea che sabi riguarda la grazia scoperta nell’invecchiamento: la qualità che il tempo dona agli oggetti, e alle esperienze. Applicato alla bellezza significa una cosa sola: invecchiare non è il problema, è la direzione. Qualcuno avrebbe potuto dircelo prima di farci comprare il terzo siero anti-età in un anno.

Noi lo chiamavamo struccarsi

E poi c’è il hinou dokon, pelle e mente hanno la stessa radice, che è il motivo per cui quella mezz’ora in bagno non è tempo perso ma è esattamente il contrario. Qualsiasi gesto può diventare un rituale, se fatto con intenzione. La detersione serale è vista come un atto di lasciare andare: via il trucco, certo, ma anche paura, rabbia, stanchezza. Noi lo chiamavamo struccarsi. Loro ci hanno costruito una filosofia. E qualcuno, ovviamente, anche un brand.

La donna che attraversa mezzo mondo

Tipo Vicky Tsai, che a un certo punto ha mollato tutto, corporate, carriera, pure l’anello di fidanzamento l’ha venduto, ed è finita a Kyoto a studiare i rituali di bellezza delle geishe. Il risultato si chiama Tatcha ed è diventato un fenomeno globale. Morale: a volte ci vuole qualcuno che attraversa mezzo mondo per confermarci quello che facevamo già in bagno tutte le sere.

Meno prodotti, più intenzione

La cosmesi orientale non è la sfilza infinita di passaggi della K-beauty che hai visto su Instagram alle due di notte. È apprezzamento culturale, scambio reciproco. In Asia si guarda all’Europa per l’artigianalità e il senso estetico, mentre in Europa si sta riscoprendo un approccio al benessere che abbraccia meditazione, alimentazione e bellezza insieme. Meno prodotti, più intenzione. Meno guerra alla pelle, più ascolto. La differenza nell’approccio orientale è la cura olistica: la pelle riflette la salute interiore, e molta di quella che chiamiamo “pelle difficile” nasce dallo stress.

Chiamarla rituale, finalmente, è corretto

Il che ci riporta al bagno. A quello specchio. A quella donna sola che toglie il trucco e pensa ai fatti suoi senza saperlo chiamare in giapponese.

Non stava perdendo tempo. Stava praticando. Lo faceva già, da sola, senza manuale, senza i dieci step, senza la crema da centoventi euro. Lo faceva perché è l’unico momento della giornata in cui nessuno le chiede niente: nessuna notifica, nessuna aspettativa, nessuno che aspetta risposta.

Chiamarla skincare è riduttivo. Chiamarla resa dei conti è più onesto. Chiamarla rituale, finalmente, è corretto.

Questo articolo fa parte di Estetica del Disagio: un osservatorio sulle mode che non modano, sul gusto borderline e su tutto quello che il marketing ci vende come necessario. Continua a leggere, se hai ancora voglia di pensare.

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