La castagna che ha cambiato la democrazia

Ogni anno, in qualche angolo d’Italia, qualcuno va a votare due volte per lo stesso motivo. Non per distrazione. Per legge. E la colpa, se vogliamo chiamarla così, è di una castagna.

La storia comincia a Firenze, in una piazzetta tra via Dante Alighieri e San Martino. Lì si trova la Torre della Castagna, conosciuta anche come “Bocca di Ferro”, uno degli edifici più antichi della città. Fu la prima sede dei Priori delle Arti, i rappresentanti del potere esecutivo della Firenze medievale. Come racconta lo storiografo Dino Compagni, i Priori «stettono rinchiusi nella torre della Castagna appresso alla Badia, acciò non temessono le minacce de’ potenti». Dentro quelle mura, i membri del priorato esprimevano le loro preferenze mettendo una castagna, in fiorentino chiamata appunto ballotta, in uno dei sacchetti che rappresentavano le varie possibilità. Alla fine si contavano le castagne, si confrontava il numero con quello dei votanti, e si stabiliva la decisione della maggioranza. Niente urne di plexiglas. Niente seggi. Solo castagne, sacchetti e la sana paranoia di chi governa una città medievale.

Venezia ci mette del suo

Esiste però un’altra versione dell’origine, probabilmente vera e parallela a quella toscana: il termine deriverebbe dal dialetto veneziano, dove “ballotta” indicava un piccolo oggetto sferico usato nel Medioevo per votare l’elezione del Doge di Venezia. La Serenissima Repubblica completò la propria riforma del sistema elettorale nel 1268, al termine di un processo iniziato quasi un secolo prima. Il meccanismo che ne uscì era piuttosto elaborato: alternava fasi di selezione diretta e sorteggio, tutto ruotando attorno a piccoli oggetti sferici che rappresentavano il voto. Due città, due storie, una parola. La democrazia italiana nasce da un frutto autunnale.

Come la castagna diventò il francese

Il Treccani lo conferma senza troppi giri di parole: ballottaggio viene dal francese ballottage, che a sua volta deriva dall’italiano ballotta. La radice è francone, balla, che significa palla. Il percorso è curioso: dalla palla alla castagna, dalla castagna al francese, dal francese all’italiano moderno. Un andata e ritorno linguistico che dura da sette secoli. L’usanza di usare oggetti rotondi per votare era talmente diffusa in Europa che il termine ha attecchito ovunque quasi simultaneamente. C’è persino chi rintraccia provenienze dall’arabo ballut o dal greco balanos, sempre con il significato di ghiande o castagne. Il mondo, evidentemente, votava con la frutta da molto prima che qualcuno inventasse il seggio elettorale.

La soglia dei quindicimila

Oggi il ballottaggio non riguarda tutti allo stesso modo. Nei comuni con più di quindicimila abitanti, il sindaco viene eletto al primo turno solo se un candidato ottiene la maggioranza assoluta dei voti validi, cioè più del cinquanta per cento. Se nessun candidato raggiunge questa soglia, si va al ballottaggio tra i due che hanno preso più voti. Nei comuni fino a quindicimila abitanti il sistema è diverso. Di norma viene eletto sindaco il candidato che ottiene più voti al primo turno, anche senza superare il cinquanta per cento. Una logica più diretta, pensata per contesti in cui la competizione è meno frammentata. Il risultato pratico è che ogni giugno, in qualche città italiana, gli elettori tornano alle urne un paio di settimane dopo averci già passato domenica. Non è un errore di sistema. È il sistema.

Quello che resta

Sette secoli dopo le castagne nei sacchetti, la sostanza non è cambiata poi molto. Si tratta ancora di decidere chi governa quando la prima risposta non è stata abbastanza chiara. La forma è diventata più sofisticata, la matita ha sostituito la ballotta, il seggio ha sostituito la torre. Ma la domanda è la stessa che si ponevano i Priori delle Arti chiusi nella loro torre fiorentina: chi comanda, e con quanti voti? La risposta, come allora, arriva al secondo giro.

Zona Instabile / TOHzine — perché capire da dove vengono le parole è già capire qualcosa di chi siamo.

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