Non voglio sembrare vissuta, voglio vivere

Ho letto un articolo su un importante giornale di moda internazionale che racconta la “pelle invecchiata” come nuova ossessione estetica da passerella. Capi trattati, borse vissute, superfici segnate, effetti consumati studiati al millimetro. Il tempo come texture. L’usura come valore aggiunto.

E io sono stufa.

Non della pelle. Non dei materiali. Sono stufa di questa fascinazione per il decadimento in un’epoca in cui la giovinezza vera manca come l’aria.

Perché diciamolo. Non è nostalgia. Non è poetica del vissuto. È estetizzazione della stanchezza.

L’articolo celebra il fascino delle superfici rovinate, delle patine che simulano anni di vita, delle crepe che raccontano storie. Ma quali storie stiamo raccontando davvero. Quelle di un sistema creativo che invece di inventare futuro invecchia i materiali prima ancora che possano vivere.

Siamo nel paradosso massimo. La moda che dovrebbe anticipare, osare, lanciare energia in avanti, decide di guardare indietro. Simula l’usura. Replica la fine. Produce il già stato come se fosse rivoluzionario.

Io invece sento il bisogno opposto. Ho bisogno di tensione verso qualcosa che non è ancora successo. Di superfici lisce, non perché siano perfette, ma perché devono ancora essere attraversate. Ho bisogno di oggetti che iniziano, non che sembrano aver già finito.

La pelle invecchiata in passerella è un trucco sofisticato. È il tempo comprato in anticipo. È il vissuto senza aver vissuto. È la patina senza memoria.

E mentre ci raccontano che le crepe sono affascinanti, io penso che forse stiamo romanticizzando una stanchezza collettiva. La cultura che non sa più generare slancio si rifugia nell’effetto vintage permanente. Come se fosse più facile simulare la fine che inventare un inizio.

Non voglio circondarmi di roba vecchia quando la giovinezza non è garantita. Non voglio oggetti che sembrano aver già attraversato tutto. Voglio attraversare io. Voglio l’errore vero, non quello pre-stressato. Voglio la ruga che arriva perché ho vissuto, non quella stampata in fabbrica.

La moda oggi sembra dirci che l’invecchiamento è chic. Che il consumato è sofisticato. Che il tempo è un filtro estetico.

Io rispondo che il tempo è esperienza, non styling.

Se dobbiamo parlare di età, parliamo della nostra. Di quella generazione che si sente già logora senza aver avuto il lusso della giovinezza piena. Di chi non vuole contemplare la fine ma desidera l’inizio.

Basta con il culto della patina.

Ridateci superfici su cui scrivere qualcosa di nuovo.

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