TURNSTILE, MACKAYE E IL FILO CHE NON SI VEDE

Ovvero: come risalire un albero genealogico hardcore senza sembrare un musicologo annoiato

Ci sono band che ascolti e ti sembra di averle già sentite senza averle mai sentite. Turnstile è una di quelle. Baltimora, hardcore, 2010 sulla carta una storia già scritta. Poi parte Blackout e ti rendi conto che quella storia non la conosci affatto.

Il problema con i Turnstile è che non stanno fermi

Brendan Yates e i suoi hanno costruito una carriera intera sull’impossibilità di essere incasellati. Hardcore? Sì, ma con un groove che Minor Threat si sarebbe rifiutato di toccare anche sotto tortura. Punk? In parte, ma GLOW ON il disco del 2021 che li ha portati fuori dalla scena e dentro i Grammy, cosa rarissima per una band di quel mondo suona in certi passaggi quasi lussureggiante, curato, pop. Non nel senso di leggero: nel senso di costruito per piacere, che è una cosa diversa e più interessante.

La critica di default è sempre stata quella: li paragoni ai Refused, ai Rage Against the Machine, a chiunque abbia mai mischiato riff pesanti con qualcosa che non dovrebbe starci. È una lettura comoda e abbastanza superficiale. Il collegamento vero è più sottile, e parte da un posto diverso.

La voce come documento storico

Se ascolti Yates con attenzione non il suono di insieme, proprio la voce senti due cose coesistere. Il corpo è alla Henry Rollins: fisicità pura, istinto, niente di cerebrale. È il tipo di cantato che viene dalle cosce, non dal diaframma, e che in un live trasforma ogni show in qualcosa di vagamente catartico e vagamente pericoloso.

Ma poi c’è altro. Certi acuti, e soprattutto quello strascico sull’ultima sillaba quella cadenza quasi oratoria, quasi da predicatore laico vengono da un posto preciso: Ian MacKaye. Non è un’imitazione consapevole, probabilmente. È più un’impronta genetica. MacKaye aveva quella qualità secca, percussiva, non melodica nel senso classico: non cantava bene, proclamava. Yates fa la stessa cosa, con un’urgenza più corporea e meno dottrinaria.

Minor Threat è il punto di partenza sbagliato

Il problema con il collegamento diretto ai Minor Threat è che si ferma troppo presto. Sì, l’East Coast hardcore è nel DNA di Turnstile chiunque venga da Baltimora porta quell’impronta, non è una caratteristica esclusiva. E sì, c’è la stessa economia nei riff, la stessa qualità quasi ossessiva nel girare su un pattern senza orpelli inutili.

Ma i Minor Threat erano asciutti per principio, quasi per ideologia. Non avrebbero mai tollerato un groove, una melodia che non fosse strettamente necessaria, un deragliamento verso qualsiasi altro genere. Erano un bisturi. Turnstile sono qualcosa di più largo e meno definibile e la ragione è che il percorso che Turnstile ha fatto, MacKaye lo aveva già fatto prima di loro.

Fugazi: l’anello che mancava

Perché i Fugazi cambiano tutto. MacKaye esce dai Minor Threat, fonda i Fugazi, e poi fa esattamente quello che i Minor Threat non si sarebbero mai permessi: apre. Funk, dub, dinamiche stop-and-go, strutture asimmetriche, spazio. Repeater e In on the Kill Taker sono dischi che la versione 1983 di MacKaye avrebbe considerato un tradimento eppure la voce è la stessa, l’etica è la stessa, la struttura portante hardcore è intatta. Ha solo costruito sopra, invece di togliere.

Turnstile hanno fatto il medesimo percorso, ma in un’unica traiettoria: non derivano direttamente dai Minor Threat, derivano dai Fugazi che sono i Minor Threat già evoluti. Ecco perché mantengono quella trazione ritmica pura anche quando il vestito esterno è tutt’altro. Non è ibridazione casuale, è una genealogia specifica. E MacKaye, nel mezzo di tutto questo, rimane il nodo che tiene insieme i fili — anche quando nessuno lo cita esplicitamente.

Continua a seguire Episodi, Riff e altre Derive dove ogni dettaglio minore porta da qualche parte inaspettata.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto