Disagi passati/ parte 2. Il sedile in skai

Stavo guidando la mia macchina, con lo schermo che mi dice dove andare, la playlist che scorre da sola e l’aria condizionata impostata su una temperatura che esiste. Poi ho visto quella cosa arrancare sul bordo della strada.

Un’auto d’epoca. Cromature, rumore, dignità troppo ostentata. E dentro, suppongo, quei sedili. Quei sedili in skai che hanno traumatizzato un’intera generazione di bambini italiani e che per qualche ragione continuano a girare per le strade come se niente fosse.

Il nome che non sapevi di dover sapere

Intanto, una precisazione necessaria: quello che tutti chiamiamo vinilpelle, similpelle o finta pelle si chiama Skai. Non è un aggettivo, è un marchio. Il nome deriva dall’azienda tedesca che commercializzò questo rivestimento in pelle sintetica dopo la seconda guerra mondiale, e da lì si è diffuso a macchia d’olio a partire dagli anni Cinquanta. Un brand tedesco entrato nella lingua comune come se fosse sempre esistito, esattamente come il thermos, il cellophane e il walkman. Tranne che il thermos non ti incollava le cosce quando aveva trenta gradi.

Il problema termico

Perché il punto è questo: lo skai e il calore sono un binomio pensato male. L’aria nell’abitacolo di un’auto ferma al sole può salire in breve tempo a sessanta, settanta gradi. Basta un’ora con trentacinque fuori. E a queste temperature, il vinile inizia ad ammorbidirsi già attorno ai trentacinque gradi, mentre oltre i sessanta il materiale diventa molto morbido e può deformarsi anche sotto il proprio peso.

Tradotto: il sedile su cui ti sedevi da bambina non era un sedile. Era una superficie temporaneamente solida in attesa di condizioni favorevoli per diventare qualcos’altro.

Sedili caldi d’estate e freddi d’inverno, ma lavabili, resistenti e soprattutto economici. Questa è la descrizione ufficiale. L’industria automobilistica degli anni Settanta aveva le sue priorità, e il comfort termico delle gambe dei bambini non figurava tra le prime dieci.

L’abitacolo come progetto collettivo di sopportazione

Gli anni Settanta hanno segnato il sorpasso della plastica sul metallo. Fu presentato come progresso. E in un certo senso lo era: le molle d’acciaio scomparvero, i cruscotti in metallo cedettero alla plastica, tutto diventò più leggero e più economico da produrre. L’auto simbolo di questa transizione fu la Fiat Ritmo, che introdusse il poliuretano espanso in sostituzione delle molle d’acciaio nei sedili. Un passo avanti. Peccato che il rivestimento esterno restasse quello.

Il risultato pratico era un abitacolo che in inverno sembrava una cella frigorifera e in estate una trappola. I sedili, il volante, la leva del cambio e le altre componenti dell’abitacolo potevano raggiungere i quaranta gradi e comportare rischi di bruciature e lesioni della pelle, soprattutto nei più piccoli.

Nei più piccoli. Cioè noi.

Quello che abbiamo lasciato sul sedile

C’è chi ha nostalgia di quelle macchine. Chi le restaura, chi le espone alle fiere, chi le porta in giro con quella faccia soddisfatta di chi pensa di abitare in un film diverso dal tuo. Vanno benissimo, per carità. Il fascino dell’oggetto storico è reale, il lavoro di restauro richiede competenza e dedizione, e alcune di quelle carrozzerie erano davvero belle.

Ma il sedile in skai rovente di agosto non diventa bello per il fatto di avere cinquant’anni. Diventa solo vecchio. E appiccicoso. Con quella superficie che tratteneva il calore come se fosse un principio ideologico, che si spaccava lungo le cuciture con il tempo, che profumava di plastica scaldata al punto giusto per far venire mal di testa prima ancora di arrivare in autostrada.

Io ho l’aria condizionata. Ho i finestrini elettrici. Ho uno schermo che mi dice in tempo reale dove c’è traffico. Ho sedili che non tentano di cucinarmi le gambe.

Non ho nessuna nostalgia.

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Estetica del disagio di Tohzine

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