Dio vince sempre. O quasi. Due architetti, due torri e due umiltà molto diverse.

Il 10 giugno 2026, giorno esatto del centenario della morte di Antoni Gaudí, Papa Leone XIV ha benedetto a Barcellona la Torre di Gesù Cristo della Sagrada Família. La torre ha raggiunto la sua altezza definitiva di 172,5 metri il 20 febbraio 2026, diventando l’edificio più alto di Barcellona e la chiesa più alta del mondo. Centoventotto anni, dieci mesi, due pontefici, tre re e una pandemia dopo l’inizio dei lavori: finita. Finalmente. Per celebrare il momento, qualcuno ha avuto l’idea di usare i droni. Il momento più suggestivo della serata è arrivato quando sul profilo della collina di Montjuïc è stato proiettato il volto di Gaudí, realizzato attraverso un sistema di droni e giochi di luce. Il volto del maestro che guarda la sua opera dall’alto. Romantico, commovente, e probabilmente l’unica cosa al mondo capace di rendere i droni simpatici.

Dio vince, ma di misura

C’è però un dettaglio che vale tutta la storia. Gaudí fissò la misura della torre affinché essa rimanesse al di sotto della cima di Montjuïc, poiché riteneva che l’opera dell’uomo non dovesse superare quella di Dio. La collina di Montjuïc, che sovrasta Barcellona da sud-ovest, si eleva fino a 177 metri. La torre di Gesù, con i suoi 172,5 metri, rispetta la volontà di Gaudí di non superare l’altezza di Montjuïc, “per non oltrepassare l’opera di Dio”. Quattro virgola cinque metri di margine tra l’ingegno umano e la creazione divina. Un etto e mezzo di umiltà architettonica misurata al millimetro. Gaudí era un uomo estremamente religioso. Ma era anche, bisogna dirlo, un architetto che sapeva fare i conti. Non ha lasciato Dio vincere di slancio: gli ha concesso esattamente quattro metri e mezzo, non uno di più. Una devozione con il righello. Il Vaticano ha scelto il 10 giugno come data per l’inaugurazione della Torre di Gesù Cristo, legando così insieme il rispetto per la regola sull’altezza, il centenario della morte di Gaudí e la benedizione papale. Tre simbolismi in uno. Efficienza comunicativa che molti uffici stampa potrebbero invidiare.

Il contrario esatto: Roma, quartiere Prati

A Roma esiste un edificio che rappresenta la filosofia opposta. Si chiama Palazzo di Giustizia, ma i romani lo chiamano Palazzaccio, e non per affetto. Fu collocato deliberatamente in quel luogo per contrapporsi volutamente alla mole del vicino Castel Sant’Angelo, simbolo delle efferatezze giudiziarie del precedente Stato Pontificio. Non umiltà verso Dio, quindi, ma un braccio di ferro con la storia ecclesiastica, cristallizzato in travertino e colonne neobarocche. Il progetto fu affidato all’architetto Guglielmo Calderini, che disegnò un edificio imponente, con una lunghezza di 170 metri e una larghezza di 155 metri, interamente rivestito in travertino e riccamente decorato. Una macchina da guerra simbolica. Lo Stato laico che pianta la bandiera a duecento metri dal simbolo del potere papale e dice: siamo qui, e ci restiamo. Il problema è che il sito si rivelò presto inadatto a sostenere una struttura così pesante, cosa di cui si era consapevoli sin dall’inizio, ma non si volle rinunciare a quel luogo. Il terreno di Prati è alluvionale, cedevole, storicamente traditore. Calderini lo sapeva. I committenti lo sapevano. Andarono avanti lo stesso, perché il messaggio politico valeva più della geologia. I lunghissimi tempi di costruzione si accompagnarono a malversazioni e a continui aumenti di spesa, che passò dai previsti 8 milioni a oltre 39 milioni. Gaudí lasciava vincere Dio di quattro metri e mezzo. Calderini e i suoi committenti non volevano lasciare vincere nessuno, tanto meno il sottosuolo. Il risultato è un palazzo che, nel corso del Novecento, rischiò di dover essere completamente abbattuto per il suo lento sprofondamento. Si preferì alleggerirlo e trasferirci la Cassazione. Funziona ancora, ma di poco.

Droni su Montjuïc, sentenze a Prati

La differenza tra i due edifici non è solo architettonica. È di metodo. Gaudí aveva una regola chiara, la rispettò con precisione maniacale, e morì travolto da un tram mentre andava al cantiere della sua opera. Calderini aveva un mandato politico, lo eseguì in un terreno sbagliato, con costi triplicati e polemiche che contribuirono a diffondere la leggenda metropolitana secondo la quale si sarebbe suicidato, sconfortato dalle critiche. Le cronache dell’epoca non lo confermano, ma la leggenda resiste. Perché le leggende sugli edifici sfortunati hanno una vita propria. La sera del 10 giugno, centinaia di droni hanno disegnato il volto di Gaudí sul cielo di Barcellona. Un uomo che aveva capito dove finiva il suo lavoro e iniziava qualcos’altro. A Roma, di notte, il Palazzaccio è illuminato e si specchia nel Tevere. È bello, in modo pesante e involontario. Non era questo il piano, ma è quello che è venuto fuori. A volte l’architettura funziona esattamente come previsto. A volte funziona lo stesso, ma per ragioni diverse. E a volte ci vogliono i droni per capire la differenza.

L’architettura non è mai solo un edificio. Su Cemento Emotivo e Design Imprevedibile raccogliamo le storie di chi ha costruito con un’idea fissa in testa, nel bene e nel male.

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