Non è una palla da tennis

Quando eravamo ragazzini c’era una tragedia sportiva che si ripeteva puntuale in quasi tutte le palestre scolastiche d’Italia. Sparivano i palloni. Quelli da basket, quelli da pallavolo, a volte perfino quello mezzo sgonfio usato per il calcetto improvvisato.

Non era mai un furto vero e proprio. Era più una sparizione truffaldina, una di quelle cose che succedono senza colpevoli, con la classica frase dell’insegnante di educazione fisica che riecheggiava tra le spalliere.

“Ragazzi, qualcuno sa dove è finito il pallone?”

Nessuno sapeva nulla. E la questione finiva lì.

Oggi invece le palle che spariscono fanno notizia. E non perché qualcuno voglia giocare a casa. Ma perché costano una cifra.

È successo a Cortina. Dal deposito del centro olimpico sono sparite due stone da curling, le famose “palle” da curling anche se in realtà palle non sono affatto. Sono quei blocchi di pietra levigata con la maniglia sopra che scorrono sul ghiaccio mentre qualcuno spazza come se stesse pulendo il pavimento di casa durante un attacco di mania. Valore stimato del bottino. Circa 800 euro l’una.

A questo punto viene spontanea la domanda che nessuno si poneva quando eravamo piccoli.

Perché una “palla” da curling costa quanto uno scooter usato?

La risposta è nella pietra. Letteralmente.

Le stone ufficiali da curling non sono fatte con una roccia qualsiasi. Vengono prodotte quasi tutte con un tipo di granito rarissimo estratto da un unico posto al mondo. L’isola di Ailsa Craig, uno scoglio vulcanico nel mare della Scozia che sembra uscito da un film fantasy. Da lì si estrae un granito estremamente compatto e resistente che permette alla stone di scivolare sul ghiaccio senza rovinarsi e senza perdere precisione.

Ogni pezzo viene tagliato, modellato, lucidato e calibrato con una precisione quasi maniacale. Peso standard circa venti chili. Base perfettamente levigata. Equilibrio millimetrico. Non è un sasso con una maniglia. È praticamente un oggetto di ingegneria sportiva.

E infatti non si comprano al supermercato.

Le stone utilizzate nelle competizioni internazionali vengono prodotte da aziende specializzate scozzesi e costano centinaia di euro proprio per il materiale e la lavorazione. In pratica è come se qualcuno entrasse in palestra e invece di rubare un pallone da basket si portasse via una boccia da bowling fatta su misura con una pietra che esiste solo su un’isola scozzese.

La cosa divertente però è un’altra.

Fino a qualche anno fa il curling era uno di quegli sport che comparivano in televisione solo durante le Olimpiadi invernali. Lo guardavi per cinque minuti, poi cercavi di capire se si trattasse di una partita, di un rituale nordico o di un corso accelerato di pulizie domestiche sul ghiaccio.

Poi è successo qualcosa.

Le Olimpiadi hanno trasformato il curling in uno sport stranamente affascinante. Strategico, lento, quasi ipnotico. Guardi quelle stone che scivolano piano piano e ti ritrovi a fare il tifo senza sapere esattamente perché. Nel frattempo internet ha fatto il resto, meme, clip virali, spiegazioni tattiche, squadre nazionali sempre più competitive.

Insomma, da sport misterioso a piccolo culto televisivo.

Ed eccoci qui. Nel 2026 qualcuno ruba due stone da curling e la notizia finisce sui giornali. Non perché servano per giocare in giardino ma perché valgono quasi quanto una piccola collezione di palloni da palestra.

Se la scena fosse accaduta negli anni novanta probabilmente l’insegnante avrebbe semplicemente detto

“Ragazzi, qualcuno ha visto due sassi da venti chili con una maniglia?”

E anche lì, naturalmente, nessuno avrebbe saputo nulla.

O quasi.

Perché a volte le notizie più curiose iniziano proprio così. Con qualcosa che sparisce. E qualcuno che fa finta di non sapere dove sia finito. Se storie strane, sport improbabili e piccoli misteri del mondo pop ti divertono quanto noi, entra nella nostra Zona Instabile.

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