
Prima del monopattino elettrico, prima delle app per dividere il costo della benzina, prima dei genitori che ti seguono su Life360, c’era lui: il motorino. Non era solo un mezzo di locomozione. Era una l’Indipendenza con il serbatoio piccolo, la marmitta sporca e la sella che, dopo due estati, sembrava sopravvissuta a un incendio doloso. Per noi cinquantenni e oltre, il motorino non era “mobilità urbana”. Era la conquista del mondo. Un mondo che, più o meno, comprendeva: casa, scuola, bar, campetto, piazzetta, cabina telefonica, mare se eri fortunato, e concessionario solo se eri stato promosso senza provocare lutti familiari. C’erano due modi per avere un motorino. Il primo: ereditarlo. Dal padre, dal fratello maggiore, dal cugino che “ormai ha la macchina”, da uno zio che lo teneva in garage sotto un telo di plastica tra una damigiana e una scatola di luci di Natale. Il mezzo arrivava già vissuto. Non aveva chilometri ma una vera biografia. Ogni graffio raccontava una caduta, una fuga, un parcheggio sbagliato, una fidanzata salita male, una curva presa con troppa fiducia nell’asfalto comunale. Il secondo modo: meritarselo. Promozione a scuola. Pagella accettabile. Condotta non proprio da santo, ma nemmeno da verbale dei carabinieri. E allora partiva la processione al concessionario. Tu entravi adolescente e uscivi cittadino del mondo. Tua madre vedeva un pericolo. Tuo padre vedeva una rata. Tu vedevi l’America, anche se abitavi a tre chilometri dal centro.

Quelli belli, quelli brutti e quelli che oggi valgono come un trauma vintage
C’era la Vespa, naturalmente. La regina. La Vespa era stile, cinema, estate, libertà, amore, capelli al vento e moscerini nei denti. Se avevi una Vespa 50 Special eri già un personaggio. Se era bianca, eri quasi un protagonista di film italiano. Se era truccata, eri un pericolo pubblico con ambizioni artistiche. Poi c’erano i Piaggio della grande scuola “bicicletta con idee di grandezza”: Ciao, Bravo, Boxer, Sì. Il Ciao era minimalista prima che sapessimo cosa volesse dire minimalista. Due ruote, un motore, un sellino, tanta fede. Sembrava sempre sul punto di chiederti: “Sicuro che vuoi andare fin lì?” Però andava. Andava ovunque. Piano, ma con dignità. E poi il Sì. Io avevo il Sì. Già il nome era un programma. Non era “forse”, non era “vediamo”, non era “chiedi a tua madre”. Era Sì.
Sì, vado.
Sì, torno.
Sì, passo.
Sì, mi sento libero.
Sì, probabilmente resto senza miscela. Il Piaggio Sì aveva quell’aria un po’ più comoda, più moderna, quasi signorile rispetto al Ciao. Non era una Vespa, non era un Fifty, non era un bolide. Era un compromesso perfetto tra libertà e prudenza. Il mezzo ideale per chi voleva conquistare il mondo, ma rientrare per cena. Poi arrivavano i “tuboni”, categoria meravigliosa e inspiegabile. Il Malaguti Fifty, il Garelli, il Fantic, il Caballero, i mezzi con il telaio grosso, il serbatoio che sembrava un muscolo e l’aria da piccolo motociclista adulto. Chi aveva un tubone non andava semplicemente in giro: entrava in scena. Il Fifty era il sogno più sportivo. Il mezzo di chi si sentiva già pronto per la Parigi-Dakar, anche se doveva solo andare a comprare le pizzette. Aveva l’assetto da guerra, il rumore giusto, la postura da duro. A guardarlo oggi viene da sorridere, ma allora bastava un Fifty parcheggiato fuori scuola per creare gerarchie sociali più spietate di un consiglio d’amministrazione. C’erano poi i motorini brutti. Brutti davvero. Quelli con colori improbabili, plastiche stanche, fari tristi, adesivi messi male, selle rifatte con materiali che sembravano recuperati da un divano di seconda mano. Però anche loro avevano una qualità: funzionavano. Non sempre, non subito, non senza bestemmie tecniche, ma funzionavano. Erano mezzi che si accendevano con rituali da sciamano: aria tirata, pedalata, seconda pedalata, acceleratore dosato, colpetto, altra pedalata, fumo, speranza, miracolo.
La miscela: il profumo dell’adolescenza
Oggi i ragazzi hanno le notifiche. Noi avevamo l’odore della miscela. Era il nostro profumo generazionale. Due tempi, olio, benzina, mani sporche, pantaloni macchiati e quella nuvoletta azzurra che lasciavi dietro come firma d’autore. Altro che algoritmo: ti riconoscevano dal rumore prima ancora di vederti arrivare. Ogni motorino aveva una voce. Il Ciao frullava. La Vespa cantava. Il Fifty ringhiava. Alcuni mezzi tossivano. Altri sembravano sempre sul punto di smontarsi da soli per protesta sindacale. E poi c’era il grande tema: “è originale o è truccato?” Domanda fondamentale, filosofica, quasi morale. Nessuno voleva un motorino originale. Originale significava lento, innocente, approvato dai genitori. Truccato significava personalità. Marmitta, carburatore, cilindro, variatore, getti, rapporti, parole che molti pronunciavano senza sapere davvero cosa volessero dire, ma con l’autorità di un ingegnere meccanico cresciuto davanti al bar.
Prima del casco, i capelli erano l’airbag
C’è una cosa che oggi sembra incredibile: per un bel pezzo siamo andati in giro senza casco. Non perché fossimo più coraggiosi. Eravamo semplicemente più incoscienti, e anche un po’ più liberi nel modo sbagliato. Il casco sembrava una cosa da motociclisti veri, da pista, da adulti seri. Sul motorino si andava con i capelli al vento, il giubbotto aperto, magari la cartella incastrata male e l’idea abbastanza confusa della sopravvivenza. La legge del 1986 cambiò le cose: il casco diventò obbligatorio per motocicli e per i minorenni sui ciclomotori. Ma per molti maggiorenni sul cinquantino la vera svolta arrivò solo il 30 marzo 2000, quando l’obbligo venne esteso a tutti. Da lì in poi finì ufficialmente l’epoca del ciuffo aerodinamico. Anche il patentino arrivò tardi, almeno rispetto alla nostra memoria sentimentale: dal 1° luglio 2004 per i minorenni, poi nel 2013 trasformato nella patente AM. Tradotto: per anni siamo stati una generazione autorizzata soprattutto dalla fiducia dei genitori e dalla resistenza dei freni a tamburo.
Il motorino come social network
Il motorino era il nostro social network. Solo che invece di mettere “mi piace”, passavi davanti al bar due o tre volte sperando che qualcuno ti vedesse. Non c’erano stories, ma c’erano giri inutili. Non c’erano chat di gruppo, ma c’erano appuntamenti vaghissimi: “ci vediamo dopo in piazza”. Non c’erano mappe, ma tutti sapevano arrivare ovunque seguendo odori, rumori, muretti e panchine. Il motorino ti dava una geografia personale. La strada per andare a scuola. La scorciatoia per evitare il vigile. Il punto dove spegnere il motore e arrivare in silenzio. Il distributore dove fare mille lire di benzina senza vergogna. Il posto dove fermarsi “cinque minuti” che diventavano tre ore. Era libertà economica ridotta al minimo: un pieno, due amici, una sera d’estate e la sensazione assoluta di essere irraggiungibili. Anche se tua madre sapeva benissimo dove trovarti.
I mezzi alla moda e quelli da sopportare
Ogni epoca aveva il suo mezzo-status. La Vespa era il fascino.
Il Ciao era la praticità.
Il Sì era il bravo ragazzo con un’anima da fuga.
Il Fifty era l’aspirazione sportiva.
Il Caballero era il richiamo dell’avventura.
Lo scooter anni Novanta, dallo Zip al Booster, era già un altro mondo: più plastica, più automatico, più urbano, più vicino alla modernità. Noi, però, stavamo in mezzo. Figli della meccanica semplice, dei pedali, delle marmitte che scottavano, dei cavalletti che cedevano, dei portapacchi trasformati in sedili abusivi e delle madri che urlavano: “Vai piano!” Andare piano, in realtà, era quasi obbligatorio. Molti mezzi facevano 45 all’ora solo nei racconti. Alcuni raggiungevano velocità importanti soltanto in discesa, con vento a favore e una certa collaborazione divina. Ma non importava. Perché a 14, 15, 16 anni anche 45 all’ora sembravano abbastanza per scappare dalla provincia, dalla scuola, dai compiti, dalla noia, dalla propria stanza. Bastava girare la manopola e il mondo si allargava.
La conquista del mondo cominciava in garage
Oggi quei motorini sono oggetti da collezione, foto sui gruppi Facebook, restauri maniacali, ricordi da cinquantenni con gli occhi lucidi e la schiena un po’ meno collaborativa. Li guardiamo e ci sembrano piccoli. Troppo piccoli per tutto quello che ci abbiamo caricato sopra: zaini, amici, fidanzatine, cassette, giacche, bugie, pomeriggi, estati, prime sigarette, primi baci, prime multe, primi “non dirlo a papà”. Erano mezzi poveri, rumorosi, imperfetti. Alcuni belli, alcuni brutti, alcuni francamente inguardabili. Ma erano nostri. E quando finalmente partivano, dopo due pedalate e una nuvola di fumo, non stavamo solo andando da qualche parte. Stavamo diventando grandi. A 45 all’ora. Senza navigatore. Con poca benzina. E con la certezza assoluta che il mondo fosse appena dopo la prossima curva.
Perché certi mezzi non erano comodi, non erano sicuri e spesso non partivano nemmeno. Però, quando partivano, ci sembrava di avere il mondo in mano. Seguici su Estetica del disagio


